Il 18 agosto, giorno del suo compleanno, l’ex Golden Boy del calcio italiano è prodigo di pronostici: «L’età non esiste, guardate Mick Jagger o Biden, io posso allenare. Mancini doveva dimettersi dopo la Macedonia.
Ancora oggi penso alla staffetta con Mazzola di Italia-Brasile, mi hanno impedito di giocare»
Gianni Rivera ripercorre l’intervista scritta nel 1963 da Oriana Fallaci. Aveva vent’anni e parla di sé:
«È un ragazzino di cui condivido ancora le idee. È stata un’intervista corretta, ricordo una discussione vivace, forse la Fallaci aveva bisogno di qualcuno che le tenesse testa e io ci ho provato».
In quegli anni l’Italia impazziva per il numeo 10 del Milan e della Nazionale di calcio. Centinaia di ragazze gli scrivevano. Ricorda molto bene.
«Ah, capitava, certo, uno sentiva la voce. Loro erano lì per conoscermi e ogni tanto dicevo, vabbé a questo punto vi conosco anch’io. Ma mica per fare chissà cosa, c’erano anche i miei genitori in casa, solo per capire chi erano».
Il suo rammarico di non riuscire a leggere e studiare mentre faceva il calciatore era evidente. Solo successivamente si è dedicato alla politica.
«Sì, vero, della politica ho un bel ricordo, ho incontrato tante persone serie e capaci, ho fatto cinque anni il sottosegretario alla Difesa con tre ministri diversi, presentato un disegno di legge che voleva far diventare il presidente del Coni ministro dello Sport. Però avevo fatto comunque già in tempo a diplomarmi in computisteria commerciale».
«Ho preso il diploma e ho preferito giocare a calcio».
L’intervista si concludeva con il rammarico di non riuscire a vivere appieno la sua giovinezza. Tutto sommato non è andata male.
«No, direi che posso essere soddisfatto di quello che mi è successo. Ho cominciato a pensarci in questi giorni quando mi hanno fatto i primi auguri. Altrimenti io non sono tipo da bilanci. L’età? Alla Casa Bianca c’è un signore che ha la mia età. Un certo John Glenn a 77 anni è tornato sulla Luna, perché io non posso fare l’allenatore a 80?».
Sicuramente meglio che andare sulla Luna.
«Molto meno faticoso che giocare. Oggi vedo tutti gli allenatori che si agitano, urlano, io starei sempre seduto, come Liedholm, che si è alzato dalla panchina solo una volta quando gli hanno tirato una pallonata. Allora ha detto “ti do un pugno di vantaggio e poi comincio io…”».
Gli allenatori danno indicazioni utili? Non tuti hanno Rivera in campo.
«Tutto cinema. Non è chiaro cosa sentano i calciatori che poi sanno già benissimo cosa fare, soprattutto mano a mano che si sviluppa la partita».
E l’allenatore?
«Certo, io l’ho detto a Gravina: sono a disposizione per fare il commissario tecnico. Tavecchio aveva pensato a me dopo Ventura, però non avevo ancora il patentino, e gli allenatori si erano opposti, anche se, come sappiamo, ci sono state altre eccezioni. Costacurta poi mi disse che non avevo esperienza, ma io ho fatto l’allenatore in campo per vent’anni. Con un gruppo di amici eravamo già pronti a prendere il Bari, ma poi non hanno più venduto…».
E le dimissioni di Roberto Mancini? «Che doveva darle prima, quando ha perso con la Macedonia, come fece Fabbri dopo la Corea nel ‘66. Non so perché Gravina non l’abbia aiutato a farlo. Adesso ha subito la scelta».
Spettacolo non bello?
«No, non è neanche bello andare a cercare un allenatore che ti tocca pagare per liberarlo. E poi ci sono io disponibile, che costo meno».
«La prima cosa che farei è proibire i telefonini negli spogliatoi. Se potessero li porterebbero anche in campo, non è difficile, credo che capirebbero loro per primi il senso».
E i ragazzi di oggi?
«Sì, basta parlarci con i ragazzi, loro ti seguono. La prima cosa su cui insistere è la tecnica, è importante anche la preparazione atletica ma la tecnica viene prima. Certo non li farei giocare andando indietro, vedendo qualche squadra viene da pensare che abbiano cambiato le regole».
Quale il ricordo più importante?
«A due-tre anni, con mio padre che palleggio contro il muro del Moccagatta, lo stadio di Alessandria. Lui non aveva potuto giocare a calcio perché mio nonno non aveva voluto. Così, appena tornava dal lavoro, mi portava a giocare, io appena sono stato in piedi ho avuto dimestichezza con la palla».
Lasciato il pallone al momento giusto o dopo un trauma?
«No, nessun trauma, sono diventato subito dirigente. Però ho smesso troppo presto, tornassi indietro non lo rifarei. Era andato via Liedholm, al presidente del Milan Colombo avevo suggerito di prendere Giacomini, un mio ex compagno, che però ha cominciato a dire che temeva che con la mia personalità potessi creargli problemi nello spogliatoio. Pensi che l’avevo scelto io. Ho sbagliato a tirarmi indietro per un eccesso di generosità e ha sbagliato lui che è durato poco, gli avrei dato una mano».
È rimasto ancora qualche tarlo?
«Io ripenso sempre a perché mi abbiano impedito di giocare la partita che in assoluto più poteva essere nelle mie corde, quella col Brasile, almeno il secondo tempo. Mazzola nell’intervallo si stava già slacciando le scarpe, quando Valcareggi gli ha detto di proseguire. Sì, a questo ripenso ancora oggi».
Il gol del cuore è il 4-3 con la Germania? «Direi di sì. Se non lo avessi rivisto in televisione avrei detto che avevo calciato di sinistro, invece all’ultimo ho cambiato e usato il destro. Mi sono fatto la finta da solo, ma è servito a mandare il portiere dall’altra parte».
Nemici? «No, nemici no, avversari. Anche Lo Bello non l’ho mai considerato tale, gli ho detto quello che pensavo di lui. Certo che dispetti me ne fece, una volta fischiò la fine del primo tempo mentre una mia punizione stava andando in porta».
Il calciomercato. Che cosa pensa?
«Il Milan ha cambiato mezza squadra, vedremo chi ha fatto l’affare. Certo esistono solo i soldi oggi, se tornassi nel calcio cercherei di parlare di spirito d’appartenenza».
Come festeggerà?
«Pranzerò con la mia famiglia al mare, come altre volte, l’unica differenza è che c’è una torta di mezzo. Ci saranno mio figlio Gianni, il vero Gianni Rivera, e mia figlia Chantal, un nome che si è inventata mia moglie e che lei con gli anni ha imparato ad apprezzare, con i rispettivi fidanzati. E appunto moglie Laura, ho inviato anche lei!».
Cosa ha rappresentato sua moglie nella vita?
«Una sana pazzia, lei è sempre allegra, mi sprona continuamente a realizzare nuovi progetti. Vuole fare un film, anche sulla mia vita, sono otto anni che ci lavora».
Chi non c’è più?
«Nereo Rocco, era il mio allenatore ideale e poi era divertente, ricordo ancora oggi le sue battute “fate questi movimenti con le braccia non so a cosa servono ma va bene così”. E poi padre Eligio, per festeggiare come ai vecchi tempi».
Cosa significa la sua frase «non sono mai stato un calciatore, ho solo giocato a pallone»?
«Non so cosa significhi fare il calciatore, so cosa vuol dire giocare a calcio, per me è sempre stata una cosa naturale».
E questi 80 anni?
«Grato alla vita, ma oggi si vive fino a 130, ne ho ancora 50 davanti…».
Nel 1963, sull’Europeo Oriana Fallaci pubblicò una intervista a un Gianni Rivera ventenne: «Valgo mezzo miliardo ma dormo sul divano. Ho ballato solo con la suocera di Altafini».
Alla grande giornalista raccontò: «Non poter fare le stupidate della mia età mi pesa. Noi facciamo soldi? Io nemmeno ho una camera tutta mia»








