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Gli 80 anni di Gianni Rivera

«Sono pronto a fare il commissario tecnico della Nazionale»

by Antonio Losito
19 Agosto 2023
in Storia
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Gli 80 anni di Gianni Rivera
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Il 18 agosto, giorno del suo compleanno, l’ex Golden Boy del calcio italiano è prodigo di pronostici: «L’età non esiste, guardate Mick Jagger o Biden, io posso allenare. Mancini doveva dimettersi dopo la Macedonia.

Ancora oggi penso alla staffetta con Mazzola di Italia-Brasile, mi hanno impedito di giocare»

Gianni Rivera ripercorre l’intervista scritta nel 1963 da Oriana Fallaci. Aveva vent’anni e parla di sé:
«È un ragazzino di cui condivido ancora le idee. È stata un’intervista corretta, ricordo una discussione vivace, forse la Fallaci aveva bisogno di qualcuno che le tenesse testa e io ci ho provato».
In quegli anni l’Italia impazziva per il numeo 10 del Milan e della Nazionale di calcio. Centinaia di ragazze gli scrivevano. Ricorda molto bene.
«Ah, capitava, certo, uno sentiva la voce. Loro erano lì per conoscermi e ogni tanto dicevo, vabbé a questo punto vi conosco anch’io. Ma mica per fare chissà cosa, c’erano anche i miei genitori in casa, solo per capire chi erano».
Il suo rammarico di non riuscire a leggere e studiare mentre faceva il calciatore era evidente. Solo successivamente si è dedicato alla politica.
«Sì, vero, della politica ho un bel ricordo, ho incontrato tante persone serie e capaci, ho fatto cinque anni il sottosegretario alla Difesa con tre ministri diversi, presentato un disegno di legge che voleva far diventare il presidente del Coni ministro dello Sport. Però avevo fatto comunque già in tempo a diplomarmi in computisteria commerciale».
«Ho preso il diploma e ho preferito giocare a calcio».
L’intervista si concludeva con il rammarico di non riuscire a vivere appieno la sua giovinezza. Tutto sommato non è andata male.
«No, direi che posso essere soddisfatto di quello che mi è successo. Ho cominciato a pensarci in questi giorni quando mi hanno fatto i primi auguri. Altrimenti io non sono tipo da bilanci. L’età? Alla Casa Bianca c’è un signore che ha la mia età. Un certo John Glenn a 77 anni è tornato sulla Luna, perché io non posso fare l’allenatore a 80?».
Sicuramente meglio che andare sulla Luna.
«Molto meno faticoso che giocare. Oggi vedo tutti gli allenatori che si agitano, urlano, io starei sempre seduto, come Liedholm, che si è alzato dalla panchina solo una volta quando gli hanno tirato una pallonata. Allora ha detto “ti do un pugno di vantaggio e poi comincio io…”».
Gli allenatori danno indicazioni utili? Non tuti hanno Rivera in campo.
«Tutto cinema. Non è chiaro cosa sentano i calciatori che poi sanno già benissimo cosa fare, soprattutto mano a mano che si sviluppa la partita».
E l’allenatore?
«Certo, io l’ho detto a Gravina: sono a disposizione per fare il commissario tecnico. Tavecchio aveva pensato a me dopo Ventura, però non avevo ancora il patentino, e gli allenatori si erano opposti, anche se, come sappiamo, ci sono state altre eccezioni. Costacurta poi mi disse che non avevo esperienza, ma io ho fatto l’allenatore in campo per vent’anni. Con un gruppo di amici eravamo già pronti a prendere il Bari, ma poi non hanno più venduto…».
E le dimissioni di Roberto Mancini?                                                                                      «Che doveva darle prima,  quando ha perso con la Macedonia, come fece Fabbri dopo la Corea nel ‘66. Non so perché Gravina non l’abbia aiutato a farlo. Adesso ha subito la scelta».
Spettacolo non bello?
«No, non è neanche bello andare a cercare un allenatore che ti tocca pagare per liberarlo. E poi ci sono io disponibile, che costo meno».
«La prima cosa che farei è proibire i telefonini negli spogliatoi. Se potessero li porterebbero anche in campo, non è difficile, credo che capirebbero loro per primi il senso».
E i ragazzi di oggi?
«Sì, basta parlarci con i ragazzi, loro ti seguono. La prima cosa su cui insistere è la tecnica, è importante anche la preparazione atletica ma la tecnica viene prima. Certo non li farei giocare andando indietro, vedendo qualche squadra viene da pensare che abbiano cambiato le regole».
Quale il ricordo più importante?
«A due-tre anni, con mio padre che palleggio contro il muro del Moccagatta, lo stadio di Alessandria. Lui non aveva potuto giocare a calcio perché mio nonno non aveva voluto. Così, appena tornava dal lavoro, mi portava a giocare, io appena sono stato in piedi ho avuto dimestichezza con la palla».
Lasciato il pallone al momento giusto o dopo un trauma?
«No, nessun trauma, sono diventato subito dirigente. Però ho smesso troppo presto, tornassi indietro non lo rifarei. Era andato via Liedholm, al presidente del Milan Colombo avevo suggerito di prendere Giacomini, un mio ex compagno, che però ha cominciato a dire che temeva che con la mia personalità potessi creargli problemi nello spogliatoio. Pensi che l’avevo scelto io. Ho sbagliato a tirarmi indietro per un eccesso di generosità e ha sbagliato lui che è durato poco, gli avrei dato una mano».
È rimasto ancora qualche tarlo?
«Io ripenso sempre a perché mi abbiano impedito di giocare la partita che in assoluto più poteva essere nelle mie corde, quella col Brasile, almeno il secondo tempo. Mazzola nell’intervallo si stava già slacciando le scarpe, quando Valcareggi gli ha detto di proseguire. Sì, a questo ripenso ancora oggi».
Il gol del cuore è il 4-3 con la Germania?                                                                            «Direi di sì. Se non lo avessi rivisto in televisione avrei detto che avevo calciato di sinistro, invece all’ultimo ho cambiato e usato il destro. Mi sono fatto la finta da solo, ma è servito a mandare il portiere dall’altra parte».
Nemici?                                                                                                                                    «No, nemici no, avversari. Anche Lo Bello non l’ho mai considerato tale, gli ho detto quello che pensavo di lui. Certo che dispetti me ne fece, una volta fischiò la fine del primo tempo mentre una mia punizione stava andando in porta».
Il calciomercato. Che cosa pensa?
«Il Milan ha cambiato mezza squadra, vedremo chi ha fatto l’affare. Certo esistono solo i soldi oggi, se tornassi nel calcio cercherei di parlare di spirito d’appartenenza».
Come festeggerà?
«Pranzerò con la mia famiglia al mare, come altre volte, l’unica differenza è che c’è una torta di mezzo. Ci saranno mio figlio Gianni, il vero Gianni Rivera, e mia figlia Chantal, un nome che si è inventata mia moglie e che lei con gli anni ha imparato ad apprezzare, con i rispettivi fidanzati. E appunto moglie Laura, ho inviato anche lei!».
Cosa ha rappresentato sua moglie nella vita?
«Una sana pazzia, lei è sempre allegra, mi sprona continuamente a realizzare nuovi progetti. Vuole fare un film, anche sulla mia vita, sono otto anni che ci lavora».
Chi non c’è più?
«Nereo Rocco, era il mio allenatore ideale e poi era divertente, ricordo ancora oggi le sue battute “fate questi movimenti con le braccia non so a cosa servono ma va bene così”. E poi padre Eligio, per festeggiare come ai vecchi tempi».
Cosa significa la sua frase «non sono mai stato un calciatore, ho solo giocato a pallone»?
«Non so cosa significhi fare il calciatore, so cosa vuol dire giocare a calcio, per me è sempre stata una cosa naturale».
E questi 80 anni?
«Grato alla vita, ma oggi si vive fino a 130, ne ho ancora 50 davanti…».
Nel 1963, sull’Europeo Oriana Fallaci pubblicò una intervista a un Gianni Rivera ventenne: «Valgo mezzo miliardo ma dormo sul divano. Ho ballato solo con la suocera di Altafini».
Alla grande giornalista raccontò: «Non poter fare le stupidate della mia età mi pesa. Noi facciamo soldi? Io nemmeno ho una camera tutta mia»

ORIANA FALLACI: Se i suoi vent’anni non mi guardassero con tanta compunzione, signor Rivera, se la sua mamma non fosse qui a proteggerlo, le mani strette sul grembiule da cucina, se non sapessi che lei dorme ancora col suo fratellino, questo incontro dovrebbe intimidirmi. «Un diamante tra i gioielli», l’hanno definita gli inglesi dopo la partita di Londra. «Il bambino d’oro», la chiamano in Italia, e perfino chi non si intende di sport sa che lei vale quasi mezzo miliardo di lire ed è uno dei più grandi calciatori del mondo. Il tassista che mi ha portato fin qui è impazzito di eccitazione quando gli ho detto chi venivo a trovare: per poco non siamo finiti contro un tranvai.
Austeri signori, informati di questa intervista, mi hanno telefonato pregandomi di porgerle omaggi. Francamente ciò pesa, a chi l’avvicina. E suppongo che debba pesare anche a lei.
GIANNI RIVERA: «Le sembrerà strano: ma non mi pesa affatto. Non mi sembra una cosa eccezionale, mi sembra una cosa naturale che è successa perché doveva succedere: comunque una cosa che non mi tocca. Come non mi toccano tante altre cose: il linguaggio eccessivo dei giornalisti sportivi, l’emozione di certi tifosi che muoiono di infarto cardiaco se io fo un gol o non lo faccio… Naturalmente, da un punto di vista logico, trovo incomprensibile che mi si paragoni su certi giornali a un cigno, a un cesellatore, o a un eroe: come trovo incomprensibile che un padre di famiglia debba morire se io fo un gol o non lo faccio. Ma nel calcio tutto è così paradossale». 
Per disciplina è costretto a rinunciare alle mille sciocchezze, che si fanno a vent’anni?
«Ecco: quello, a volte, sì. Voglio dire che un ragazzo di vent’anni che non si chiama Gianni Rivera fa tante cose che io non posso fare e che magari, in certi momenti, anch’io vorrei fare. Non so, stupidate: come cantare ad alta voce per strada, camminare lungo un marciapiede insieme a una ragazza, la mano nella mano, uscire la sera e tornare alle due del mattino. Mica per far niente di male, magari per restare giù abbasso a parlar con gli amici. Io sono allegro anche se non rido troppo e la gente dice sempre Gianni, come sei serio! E ogni tanto, anch’io… Ma non posso, non devo. E così… Voglio dire: non che me ne rammarichi eccessivamente, l’ho scelta io questa vita. Però, in due anni, sono stato a ballare solo due volte ed entrambe le volte i giornali lo hanno saputo. Per esempio, tre anni fa, la notte di Natale. Avevo diciassette anni, nemmeno, ed ero andato a cena con Altafini e sua moglie, un amico e sua moglie, e la suocera di Altafini. Alle due del mattino Altafini dice via, andiamo in un posto, una volta all’anno si potrà pure andare in un posto. Così si va, e noti che io son sempre il primo a dire ma no, andiamo a dormire, perché ho sempre sonno, dunque si va e Altafini si mette a ballare con la moglie, il mio amico idem, ed io resto seduto al tavolo con la suocera di Altafini: a bere coca-cola. Ci restiamo un’oretta, si esce, e siccome il mio amico aveva la spider e io sapevo guidare dico al mio amico « guido io ». Così guido io, fino a casa, e due giorni dopo ecco il titolone: “Preoccupazioni per il bambino d’oro”. Poi la notizia: “Il bambino d’oro è stato visto in un night-club con una magnifica bionda, fino alle cinque del mattino. Alle cinque è andato a casa con la bionda guidando una spider”. Alle cinque!?! E chi era la magnifica bionda? La suocera di Altafini? Ecco, son queste le cose che mi pesano, che mi dispiacciono».
Le dispiace aver smesso di studiare?
«Mi dispiace sì. Mi dispiace moltissimo. Oltretutto nel nostro mestiere si gira il mondo, si è sempre a contatto con gente colta, esperta, e quando non si sanno le cose ciò mette disagio. Insomma, più si gira più ci si accorge d’essere ignoranti: mia madre può confermarle quante volte torno a casa e dico che cosa brutta è non poter studiare. Io vorrei sapere tutto, vorrei essere in grado di sostenere una conversazione su tutto, non solo sul calcio: ma la scuola l’ho lasciata che avevo sedici anni. Ho fatto solo le tecniche commerciali ed ho conseguito il diploma di computista commerciale. Dopo avrei dovuto dare un esame integrativo per diventare ragioniere, ma fui acquistato dal Milan, divenni un vero professionista, e così… Non rimpiango niente, intendiamoci, da molti punti di vista sono più privilegiato come calciatore che come ragioniere, quella di ragioniere dopotutto non è mica una gran carriera, e poi chi mi dice che avrei studiato quei tre anni di ragioneria? A scuola andavo bene ma per i numeri non andavo matto. Però, se penso alle cose che non so e che avrei potuto sapere…».
Se non studia, legge?
«Lo so, lo so. Me lo dicono tanti e io lo so che hanno ragione. So anche che dopo sarà troppo tardi per studiare e per leggere perché a forza di pensar solo al calcio avrò perso coscienza della mia ignoranza e non sentirò più come ora il bisogno di studiare e di leggere. Ma come si fa a leggere nelle mie condizioni? Non si può, non si può. Per leggere bisogna essere come ispirati, sentirne la necessità quasi materiale, e infine disporre di una distensione che io non ho. Lei non ci crederà, lo capisco dal modo in cui mi guarda che non ci crede, ma nel nostro mestiere non sono mica le gambe che si stancano di più: è il cervello. Non si gioca mica solo con le gambe, coi piedi: si gioca con la testa, col ragionamento. Se uno è stupido, mi creda, non può diventare un bravo calciatore». «Mio padre dice che non si possono fare due cose nel medesimo tempo: e ha ragione. Infatti, quando leggo i giornali il più delle volte finisco col leggere le didascalie sotto le foto».
Pare che suo padre tenga più di lei alla sua carriera di calciatore.                                       «Sì, in un certo senso sì. È stato lui a spingermi, a incitarmi, a incoraggiarmi».
E costare quasi mezzo miliardo?                                                                                                «E io lo voglio dire, quello che penso: perché tutti credono che noi calciatori si sia stupidi, teste di legno, zoticoni, che non si capisca nulla perché non abbiamo studiato, e nessuno ci chiede mai seriamente: “Ma tu cosa ne pensi?”. Penso che mi fanno ridere quelli che dicono “Bisogna -moralizzare-il-calcio-e-i-calciatori”. I calciatori o il prezzo per cui si comprano e si vendono i calciatori? E poi penso che quel mezzo miliardo o quasi non l’ho mica in tasca io. Ma chi li vede, questi miliardi? Io, no davvero. Io, con tutti questi complimenti di bravura, sono riuscito solo a comprarmi un appartamento e come vede abito ancora in un posto modesto, non ho neppure una camera mia, la notte dormo su quel divano che diventa un letto. Mezzo miliardo! Mezzo miliardo fa in fretta a riempire la bocca. Guardi: “mez-zo-mi-li-ar-do”. Sembra di mangiare una bistecca in un boccone. Solo che io non lo mangio. Il mio stipendio non è quello. Magari guadagnassi quello».
Quanto guadagna?                                                                                                                    «Sì, lo so che cosa pensa. Pensa al fisico nucleare. È giusto, pensa, che un fisico nucleare non guadagni quel che guadagna questo zoticone, questa testa di legno che non ha neppure la forza di leggere? E io le rispondo: no, non è giusto, ed io lo so come lo sanno quelli che ci portano in trionfo o muoiono di infarto cardiaco perché io fo un gol o non lo faccio. Lo sanno anche loro che noi non siamo Einstein e che in confronto al peggior fisico nucleare siamo niente, ma niente. Però col fisico nucleare essi non si divertono e con noi si divertono. Einstein non giocava a calcio e Pelé gioca a calcio. Il calcio ormai è spettacolo e in questo spettacolo la gente va a vedere chi gioca: chi gioca meglio è giusto che sia pagato meglio. Siamo noi che attiriamo la gente, mica chi sta dietro di noi. E poi tutto è proporzionato agli incassi: se una società incassa un miliardo lordo all’anno, perché i giocatori di quella società devono guadagnare centomila lire al mese? Né il discorso vale solo per le società, vale anche per lo Stato. Ogni settimana lo Stato guadagna mezzo miliardo con il totocalcio: pensi che scherzo se i calciatori decidessero di far sciopero una domenica o due. E, tutto sommato, perché non dovrebbero fare sciopero? È un mestiere».
È pur sempre uno sport…
«È un mestiere e il fatto che sia un mestiere non nega che sia anche uno sport. Essere pagati non ci rende meno sportivi: ci prepara anzi più coscienziosamente e più scientificamente. Io sono convinto che se potessimo far disputare una partita dalla miglior squadra di oggi e la migliore squadra di trent’anni fa, “quando lo sport era sport”, vincerebbe la squadra di oggi. Io, quando gioco, non gioco per vanagloria, per vedermi citato sui giornali e via dicendo. Gioco perché è il mio mestiere e per la soddisfazione che mi nasce dentro: una specie di coscienza d’aver compiuta un dovere. Io, quando leggo sui giornali che non sono stato bravo, ho quasi vergogna ad uscire per strada, mi sembra che tutti ce l’abbiano con me. Quando leggo che ho giocato male, mi sembra di aver tradito qualcuno: il mestiere per cui vengo pagato. Mi ricordo tre anni fa, quando cascavo sempre per terra. Non avevo ancora diciassette anni, avevo giocato nell’Alessandria che stava per retrocedere e poi avevo giocato alle Olimpiadi: ero così stanco, così stanco, e cascavo per niente. Così i giornalisti scrivevano che ero un bluff, che ero buono soltanto da mettere in giardino, ed io soffrivo: ma non tanto per la figuraccia, per la coscienza di quel tradimento»
E poi dicono che i giovani d’oggi sono leggerini. Complimenti: ancora una frase e riusciva a commuovermi. Davvero il suo perbenismo è feroce. Mi dica, signor Rivera: come vive, a parte il calcio, un ragazzo così ferocemente perbene?
«Oh, non c’è nulla di drammatico nella mia vita: mi creda. Non è una vitaccia. Alle dieci e mezzo sono già a letto, alle nove del mattino sono sveglio. La mattina vado al Milan, ci vado a far niente, ma presentarsi è obbligatorio, e poi torno a casa: dove mangio con la mamma e col mio fratellino. Mangio di tutto, non bevo: tutt’al più un po’ di vino annacquato. Nel pomeriggio vado agli allenamenti e la sera ceno di nuovo a casa: la sera c’è anche il babbo che torna alle sei. La domenica mattina vado alla messa perché sono religioso sebbene non sia bacchettone, e qualche volta vado al cinematografo dove scelgo filmetti leggeri: guardando i nomi degli attori. Qualche volta guardo anche il nome del regista, per esempio ho scoperto uno svedese, Ingmar Bergman, che mi piace tanto. E qualche volta vado anche a vedere i film seri o che chiamano seri. Per esempio ho visto Otto e mezzo che non mi è sembrato il capolavoro che dicono: ma cosa c’è da capire in quel film? Io ci ho capito soltanto che prima di andare a vedere quel film uno deve leggersi la vita del signor Fellini; e la vita del signor Fellini non mi interessa per niente. Spesso poi siamo in ritiro, oh i dannati ritiri!… E più spesso ancora siamo in viaggio: per vedere niente. Io ho girato tutta l’Europa, sono stato in Sud America, e non ho visto nulla né dell’Europa né del Sud America. Appena arrivati ci chiudono in albergo o ci mandano all’allenamento, e appena finita la partita ci fanno ripartire. È lo stesso che viaggiar bendati. Comunque non mi rammarico».
E la ragazza? Non ce l’ha la ragazza?
«No, no. Cose serie, niente: per carità. Più tardi possibile. Certo di ragazze se ne conoscono, a far questo mestiere. Chissà perché, svolazzano come mosche sul miele. Scrive no, telefonano. Non che riceva cento lettere al giorno, come hanno scritto: ma le mie trecento alla settimana non me le leva nessuno. Perché scrivono, non lo so. Io noi le leggo, le legge tutte mio padre, poveretto. Ad ogni modo le più noiose sono quelle che telefonano. Uno non si può mai mettere a tavola o a letto che subito quelle telefonano».
E cosa vogliono quando telefonano?
«Guardi… un po’ di tutto… Cominciano a dire che vogliono conoscerti, che salgono un attimo a prendere la fotografia con l’autografo, e come si fa a rispondere male a una donna? Così ogni tanto dico va bene venga su a prendere la fotografia, magari lo dico se m’è piaciuta la voce… e mi piglio certe fregature a fidarmi della voce! Davvero sa? Proprio da così a così. Anche per questo cerco di rispondere il meno possibile, faccio sempre rispondere alla mamma che dice il Gianni è a Milanello. Non le pare che abbia ragione? Son così giovane, e se sto dietro a loro… Non le pare che abbia ragione?».
Da vendere. Ora mi dica, signor Rivera: cosa farà da grande?
«Come ha detto?».
Ho detto: cosa farà da grande? Da grande: quando non dovrà più nascondersi alle ragazze e non riceverà più trecento lettere la settimana, e non costerà più mezzo miliardo, e la sua vita non sarà più organizzata in funzione di quei novanta minuti domenicali che ora concentrano le sue energie e i suoi pensieri e i suoi sentimenti. La carriera di uno sportivo non è mai lunga e un giorno che arriva sempre un po’ troppo presto, egli si accorge di avere ventisei o ventotto o trent’anni che per gli altri sono l’inizio e per lui sono la fine: perché la sua carriera è finita. Egli è adulto e la sua carriera è finita. Quel giorno, cosa farà?
«Non lo so. Non lo so. Non ci ho mai pensato. Vorrei non pensarci. Non lo so perché nemmeno a diventar calciatore avevo pensato: mi ci hanno messo e ci sono rimasto. Non lo so. Tanti si mettono a fare l’allenatore ma io non credo che mi piacerebbe fare l’allenatore: soffrirei troppo a veder giocare gli altri senza giocare io. Che cosa farò da grande?… chissà. Dipenderà dai soldi che avrò messo da parte, dalle cose che avrò capito. In questo momento penso che mi piacerebbe finalmente leggere, studiare. In questo momento… Allora mi sarà passata la voglia. Da grande… da grande… Vuol saperla una cosa? Io sono già grande. Forse perché ho sempre frequentato gente più vecchia di me, quindicenni quando avevo dieci anni, ventenni quando avevo quindici anni, trentenni ora che ho vent’anni, forse perché ho avuto responsabilità troppo presto: fatto sta che io sono già grande. Eh, sì. Con questa storia del calcio io mi son perso la cosa più importante di tutte: la gioventù. E 1o sa che le dico? Il successo non dovrebbe venire mai troppo presto perché si porta via l’unica cosa che non si ritrova, la gioventù. Oddio. Sono grande e non so cosa farò da grande. Non è molto allegro».
                                                                                                                                                    No, signor Rivera. È pochissimo allegro. Ma anche la gioventù, specialmente quella passata sui libri, è così poco allegra. Perdendola s’è risparmiata, tutto sommato, una delusione.

a cura di Antonio Losito

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Testata registrata al Registro Stampa del Tribunale di Bari il 28 gennaio 2021 al N.2

Editore Stefano Carbonara, storico e scrittore

Direttore Antonio Losito, giornalista pubblicista

Contatti: redazione@monopolitrerose.it;

               stefanocarbonara45@gmail.com

Telefono: 338.45.91.147

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