Prefazione
Nel 2022 ho partecipato al concorso letterario Puglia quante storie, giunto alla V edizione, classificandomi con il mio racconto inedito, Nella valle del tramonto, pubblicato nell’omonima raccolta. (I libri di Icaro).
Nella raccolta emerge la ricerca latente di un’identità culturale, storica e territoriale, che diviene resistenza alle alienazioni della Postmodernità omologante.
Nel III Millennio è necessario accendere la fiaccola della Memoria, nel buio dell’oblio.
E cercare di salvarsi.
In questo racconto ho tentato attraverso la narrazione di donare uno squarcio di eternità a un uomo, un amico alberobellese, che ha oltrepassato l’orizzonte del visibile, circa un decennio fa.
Giovanni Palmisano era nato e cresciuto nella contrada Coreggia di Alberobello e scrisse un libricino di aforismi e proverbi dal titolo Versi da meditare e rispettare, emblema di una cultura popolare che merita di essere salvaguardata, affinché non vada perduta nell’abisso del tempo.
Di riflesso troviamo nel passato un aggancio alla nostra dimensione identitaria e biografica, per riscoprire una vita vera e il nostro patrimonio storico – culturale; riconoscendone i paradigmi di una volontà sottesa di Rinascimento.
Nel mio racconto emergono i temi eterni della poesia: Amore e Morte che si affrontano in una lotta lunga una notte…
Quando si scrive, si ha l’illusione di trascendere la propria soggettività.
Credo che l’illusione di essere altro da sé, rimanga tale anche quando si delineano diversi personaggi all’interno della narrazione.
Tutto questo potrebbe essere spiegato dal padre della psicanalisi Sigmund Freud, che riconosceva nei sogni la via per accedere all’inconscio.
Lo psicanalista sosteneva che il sogno fosse la proiezione del nostro inconscio: dall’ambiente, alla storia ad ogni singolo personaggio…
L’illusione romanzesca di vivere altre vite, credo possa essere spiegato in maniera psicanalitica come un moto di alienazione secondo cui l’io si frantuma in tutte le visioni del narratore.
A questo punto mi chiedo, se ho davvero donato memoria a un vecchio amico ormai trapassato o semplicemente dato sfogo a un tormento esistenziale.
Fabio Angiulli
Nella valle del tramonto
I passi lenti di un uomo nella campagna sono una beffa per il tempo, che per sempre gli aveva segnato il viso da contadino, ma non l’animo perseverante, impavido. Il suo carattere burbero era nato dal mondo.
«È il mondo che mi ha reso quello che sono. Io sono figlio dello spirito del mondo; e il mondo è, nelle fondamenta, cattivo. E non morirà con me. Sono un uomo fedele alla Terra, io», e lo diceva mentre prendeva una zolla di quella terra che aveva amato e lavorato, e la stringeva nel pugno, con forza, come a trattenerla, mentre la sentiva scivolare dal palmo come fosse sabbia della clessidra della vita.
Camminava come se avesse il tempo dell’eternità in tasca, su quella che era chiamata dagli abitanti del posto, il “Serpente Contadino”, una strada che strisciava fino alla fine del tramonto, solcando terre, trulli e masserie in rovina.
Camminava e sapeva, dove andare.
Per un uomo di ottantasei anni il tempo non è più un problema.
Per le mani aveva un libro di versi e proverbi che aveva scritto, lo portava con sé, sempre. Come fosse il suo testamento esistenziale.
Sarebbe diventato per i posteri, la prova ontologica del suo passaggio sulla Terra. Feritoia dalla quale stillava la sua esperienza, il suo essere stato fedele al mondo, di essere stato un degno figlio del mondo, e così, per sempre, quella storia sarà tramandata fra i trulli. La Storia. La sua storia contro la Storia del mondo. E lui contro il mondo, e al mondo avrebbe raccontato affinché, in qualche strana maniera, facesse pace col mondo, se solo il suo vissuto fosse divenuto Storia.
È sempre questo il problema dell’uomo: lasciare una traccia sul delirante furore dell’esistere.
A poterlo osservare con gli occhi di un divinità, poteva sembrare un’inezia quell’uomo su quella strada, ma ogni uomo custodisce dentro di sé il suo mistero, la sua vita.
«Sì, ogni uomo è una storia da raccontare», diceva sempre lui. Ogni uomo ha l’universo chiuso dentro di sé, un turbine di vita, ingerito negli anni, nei secoli dell’anima, e mai passato. Si attacca addosso, tutto il vento di quello che è stato, ti lascia i segni, che impazzano negli strati dell’anima, e quella si chiama vita, e accade e basta. E non ti chiederà mai perdono, fa il suo corso, senza chiederti perdono, mai.
Andava, col suo andamento burbero e sicuro. E sapeva, dove stava andando.
Il Serpente Contadino parve a un certo punto spezzarsi dal vecchio ponte. Il passo dell’uomo esitò. Il suo cuore cominciò a battere più forte, come stesse vivendo il momento che aspettava da una vita. Attraversando quel ponte, sapeva di stare varcando una linea di non ritorno, che sarebbe stata di luce o ombra questo non poteva saperlo. Però s’incamminò.
Impavido, il suo cuore attraversò il ponte passo dopo passo.
Si fermò nel bel mezzo, l’attenzione fu catturata da una scena di ritorno alla vita. E scorse nel verde rigoglioso il parto di un cavallo, che tra lamenti e agitazioni,regalò alla natura la vita che aveva dentro. Sorrise, vedendo che nel liquido amniotico la vita vinceva ancora sotto quel rossore che precede il buio.
Il vecchio osservava con commozione quell’immagine. Probabilmente ne aveva viste centinaia di nascite di cavalli, ma in quel giorno tutto ciò aveva un significato a cui non aveva mai pensato prima. Gli trasmise una forza che gli si manifestò nello sguardo sempre più deciso, impavido.
«Ho sempre amato i cavalli, i cavalli allo stato brado. Perfetto specchio dell’uomo che sono stato e che sarò per sempre. Il loro scalpitare sul terreno, la loro forza, l’indomabilità del carattere…»
La strada del serpente si snodò fino alla proprietà dell’acquedotto.
Al rumore dell’acqua, s’inchiodò il suo andare.
Posò le mani callose sulla porta di ferro e nello scialbore dell’acqua percepì il frastuono della memoria che arrivava sfondando la porta del presente, per violare la quiete invernale di quel paesaggio rurale.
Fortissimo sentiva soltanto il rumore dei suoi pensieri.
E sentì tornare come in un ricordo d’amore il viso di sua moglie che le disse addio con un sorriso, dopo una lunga agonia.
Si portò una mano al petto. Cominciò ad ansimare. Il ricordo di sua moglie Maria era talmente vivo che gli sembrava ancora di averla accanto, alle volte ci parlava, soprattutto in momenti di solitudine come quello.
Rinvenne al presente.
Aveva immaginato gli addii di tutta l’esistenza terrena e rimase come svuotato, ma la vita gli sembrava talmente vera che poteva soltanto essere una bestemmia quella di dover un giorno morire.
Negli occhi aveva quel sole, come un ritratto fiammingo, che si uccideva tra le vallate alberobellesi.
«È proprio come piace a te, Maria», sospirò. Accennò un sorriso e guardò l’orizzonte solstiziato dal sole crepuscolare.
Aveva quel tramonto invernale negli occhi, infuocato nei colori e nei suoni.
E l’aria era talmente limpida che faceva quasi pensare a un colpo di coda della vita.
Continuò il suo andare lento, sempre più preciso.
Quando il confine che divideva quelle terre si schiuse al suo sguardo, vide ergersi alberi secolari di ombre, dividere come un aratro, la visibilità della sua prospettiva. I suoi occhi non potevano spingere oltre il confine e rimasero con lo stupore infantile di un perché.
Il sole nella valle era già tramontato, senza la speranza di un mattino.
Distinse in lontananza un uomo. Un solo uomo confondersi col nero della sera.
In quella valle d’ombre, a tarda ora, sembrava lavorasse ancora. Era lì, immobile, nell’ombra. Aveva una ronca tra le mani e sembrava stesse aspettando qualcuno, ma non c’era nessuno, soltanto lui: il vecchio e la sua storia al tramonto.
Si guardarono per un istante, in cui il vecchio aggrottò la fronte e strizzò gli occhi per definire l’irrealtà di quello che vedeva, deglutì saliva, come fosse veleno di una sconfitta. Ma non si perse d’animo, conosceva il suo destino e gli andò dritto incontro.
«Scenderò laggiù, in quella valle d’ombre, a morire con il sangue amaro dei Maremmani, proprio come i Maremmani che quando sentono il profumo della fine abbandonano il gregge e vanno a morire soli. Ma io non sarò solo in questo giorno di agonia, ci sarai tu, Maria, con me, ti sento di nuovo vicina nel giorno della fine».
Quando arrivò al cospetto dell’uomo con la ronca, la sua immagine scura si confondeva con le ombre delle querce, il vecchio fece cenno col capo e disse: «buonasera», con voce roca ma decisa.
Silenzio di bosco nel buio.
L’uomo con la ronca accennò un saluto distinto con il capo, quasi a mantenere le distanze dal vecchio: nessun coinvolgimento emotivo si disegnò sul volto impietrito. E il vecchio lo guardava, lo sfidava.
Nessuno dei due percepì l’atmosfera fredda che scendeva in quella valle d’ombre, soltanto un improvviso e gelido vento da nord sconquassò le ombre delle querce, ma il vecchio non sentì nulla, rimase immobile, con lo sguardo deciso. Nemmeno quel freddo innaturale che si stava posando su tutta la campagna domò il suo spirito.
Il silenzio di sguardi fu rotto da una parola, quasi una filastrocca dell’uomo con la ronca, che con la sua voce echeggiante e profonda, disse:
«Ognuno ha il suo tempo, e il vostro tempo è arrivato a compimento, e voi siete qui, giusto in tempo».
Il vecchio scosse il capo, ma afferrò il senso della filastrocca e, senza indugiare, borbottò col suo timbro agro, «devo trovare Maria!», socchiudendo gli occhi, nel buio dentro.
L’uomo accennò un gesto con la ronca e il vecchio rabbrividì, ma la ronca falciò semplicemente dell’erba, alta e scura, ormai secca.
«Quest’erba è morta!», disse, «guardate, è semplicemente concime per la vita che tornerà! Farà il giro della morte, un giro che culmina con la vita… e così per sempre sarà, fino alla fine dei tempi. Un giro, soltanto un giro. Come i tramonti che posticipano il buio e il buio che precede l’alba: la vita e la morte, non vi sembra un meccanismo perfetto? Una meravigliosa ed eterna macchina della vita che genera se stessa dalla morte. Nulla si ferma nel sorprendente e vibrante spettacolo dell’esistenza. Guardate: questa stessa erba tornerà forte e rigogliosa nella prossima primavera, sarà forte, alta, verde, sarà piena di vita. E sarà un ritorno eterno della vittoria della Vita».
Nella mente del vecchio penetrarono pensieri come rondini vaneggianti, sembrava stesse perdendo il senno nella lucidità spietata di quell’istante; infatti, con estrema pulizia, accarezzò il pensiero della reincarnazione dell’anima. Quella della sua sposa sarebbe stata altrove, chissà dove, chissà in quale altro involucro carnale e il suo nome perduto sull’altare dell’abisso del tempo, scolpito a fuoco nella memoria ma perduto per sempre nell’oblio della Terra.
Il pensiero d’amore per la sua defunta moglie, divenne velocemente vertigine di perdita, in un baratro vuoto cui sentiva di andare incontro.
Il continuo falciare dell’uomo con la ronca aprì una voragine tra di loro, nella quale si percepivano voci d’ogni sorta, e lacrime, e lamenti, e grida.
«Quest’erba è secca! Soltanto erba secca! Ha fatto il suo corso. Ma nulla si perde in tutto questo, nulla», intimò l’uomo con la ronca, con voce imperante che eclissò ogni altro suono della campagna.
Il vecchio ebbe un capogiro. Con le mani si accarezzò le tempie e cercò di non cadere sulle ginocchia.
«Ricordo… ricordo che un dì, per troppa saggezza o per troppa stoltezza, mi parlarono di reincarnazione dell’anima, in questa vita. Il mio cuore tremò, per la paura di perderla in una deriva di anime, se questo è quello che accadrà, io sfiderò Lui! Dio, l’Onnipotente! Egli dovrà rispondere della mia ira, del mio amore giurato sull’altare della chiesa dei Santi Medici. Io pensai irrimediabilmente a Maria. Non può giocare con la tua anima, amore mio, non può la tua anima lasciare l’involucro carnale che fu mio nel tempo della tua vita. Io sono soltanto un contadino, ho giurato fedeltà alla Terra, io ho sempre immaginato che nel Giorno del Giudizio le avrei tenuto le mani, e perché stupirsi se il giorno della fine, pronuncio ancora il suo nome?
La mia storia non può finire nel baratro che mi avete aperto, l’amore non può finire, nel giorno della fine».
Lo sguardo dell’uomo con la ronca sembrò quasi perdere l’imperante e categorica espressione. E sul volto si disegnò qualcosa d’ignoto, qualcosa che qualcuno chiamerebbe umanità. Un qualcosa che quell’uomo non aveva mai provato, un sentimento che non aveva mai concepito. Non un delirio egoistico d’amore di sé; un semplice attaccamento alla vita che aveva visto già in tantissimi uomini avvinghiati al mondo come vermi fino all’ultimo respiro ma amore per un altro essere umano che vuole vincere la morte: una sposa, benché trapassata, per la quale rimaneva un sentimento profondo, più del baratro buio della morte, che la ronca aveva sguainato tra loro. Irreversibilmente.
L’uomo con la ronca abbassò lo sguardo millenario su quella terra dai colori ocra.
Sembrava che lo sguardo di Iddio si inchinasse al passaggio dell’amor profano, che più di mezzo secolo prima aveva consacrato col suono delle campane a festa della chiesa alberobellese. Tuttavia, quella mezzaluna affilata continuava il suo mutilante falciare, ma il vecchio non si sentiva per nulla erba secca, ma una storia da raccontare che sarebbe sopravvissuta alla cenere di quel tramonto.
«La solitudine è la vera distruzione di un uomo, non voi, manovale del Creatore… posso chiamarvi così, vero? Ciò che mi ha davvero ucciso è stata la perdita dell’amore, – unica sacralità di questa misera vita -, che tra gli stenti e le miserie e le macerie di questi luoghi dell’entroterra, riesce a far passare il suo grido tra le masserie in rovina, i calcinacci e casali fatiscenti. Ed è anche qui, la sento ancora nelle mie grandi e forti braccia da contadino, da uomo della Terra», disse spalancando le braccia, un segno che era in bilico tra la resa e la riscossa.
Il vecchio stringeva forte a sé, come un ladro di vita, qualcosa che all’uomo con la ronca parve un libro.
«Cos’avete in mano?, signore, un libro?»
Lo congiunse alla parte del cuore, come a volerlo proteggere dallo sguardo violetto del tramonto, che l’uomo con la ronca aveva negli occhi. Tentennò per un attimo e poi diede riposta.
«Il mio libro. Una raccolta di versi… Versi da meditare e rispettare».
L’uomo con la ronca annuì.
Il vecchio poggiò la schiena a un arbusto, cercando una posizione capace di placare un sentimento che dentro cominciava a crescergli come un animale di bosco che si scava la tana.
«È la mia pura esperienza dello spirito del mondo, l’essenza dalla quale io traggo la dolcezza estrema che dedico alla mia sposa Maria».
Il vecchio sfogliò il libro e lesse un aforisma;
«Cos’è il corpo senza l’anima? Nulla.» con voce roca che divenne a tratti rabbiosa pronunciando la parola “Nulla”.
Recitato il suo verso, il vecchio sollevò lo sguardo e lo immerse nelle pupille dell’uomo con la ronca, che aveva il buio annunciato dal tramonto negli occhi.
«L’anima di Maria è mia, come il corpo ormai ridotto in polvere, che fu mio nel tempo della sua vita».
«Ciò che è di questa vita rimane in questa vita», chiosò l’uomo con la ronca.
Il vecchio spalancò gli occhi gonfi di rabbia.
«Sporco manovale del Creatore Dio Onnipotente! Voi e la vostra dannata ronca! Quale demonio siete voi? Io sono Giovanni e sono un uomo di questo mondo e tutto questo non può morire con me! Tutto quello che mi porto dentro, tutta la vita che è stata, l’amore per la mia sposa… non finirà con me!»
Silenzio crepuscolare. La notte si annunciava freddissima fra i trulli alberobellesi.
« Il vostro è un amore profano; un amore della Terra, insomma. Concime per la vita che tornerà! E poi il vostro nome è di poco conto adesso. A me il vostro nome, non interessa».
« Come dite? Il mio nome?, il mio nome è di poco conto? Il mio nome è quello che mi resta adesso e l’amore per la mia Maria grida ancora dentro di me dopo più di mezzo secolo dal sì. E Alberobello e tutta l’entroterra tremerà innanzi a me, tremerà quando lancerò l’ultimo respiro su questa Terra! E vi assicuro, sporco manovale, che lo sentirà anche Colui per cui voi umilmente lavorate, scaglierò tutta la mia ira su di Lui, se non troverò la mia Maria!
Sarà il mio grido d’amore a far chinare il capo all’Onnipotente. Sarà l’amor profano che scorre come lava incandescente nelle vene di uomo della Terra quale io sono. Sarà il cielo stesso a inchinarsi a quello che voi sporco manovale, chiamate, amor profano».
Il vecchio a stento si alzò in piedi e cominciò a gridare all’ormai invisibile bosco il nome della sua sposa: una prima volta, poi una seconda, fino a quando un’eco di nulla gli rispose.
Immaginò ancora di vedere gli occhi cielo di Maria lottare contro l’inferno del tramonto nella valle. E poi fu come chiudere le palpebre. E in un battito di ciglia, il buio assoluto.
L’uomo con la ronca tacque, mentre il buio dopo il tramonto aveva raccolto a sé tutti i colori crepuscolari dell’entroterra, come l’abbraccio di un manto nero disteso su tutta la vallata. Riusciva ancora a percepire nell’irrealtà di quello che vedeva tutta la sua violenza, cieca e disumana; una millenaria verità stava ferma lì, immobile davanti ai suoi occhi.
Il buio totale prese il sopravvento. E il vecchio non riuscì più a percepire la sagoma dell’uomo con la ronca, entrata ormai in simbiosi con le vesti luttuose della sera. Riusciva a orientarsi soltanto quando scorgeva la luminosità appannata, poiché a tratti arrugginita, della ronca. Di quella lama, nel buio, poteva sentirne l’efficacia sull’erba secca. Morta.
Non restavano più colori del crepuscolare paesaggio alberobellese, però fortissimo sentiva i suoi odori, come l’acre della terra umida che gli assaliva le narici e gli dava la certezza di essere ancora in vita: unica sacralità che sfidava la bestemmia della morte prossima, imminente.
«E un manovale con la ronca che mi scruta e non mi falcia ancora».
Si soffermò sui movimenti delle braccia dell’uomo e della ronca, che con molta disinvoltura continuava nel buio il suo lavoro, assorto in un silenzio disumano, violato dal ritmico e ipnotico rumore del suo falciare.
Una melodia amara, freddissima, indifferente.
«Tutto ciò di cui parlate è di questo mondo».
«E non morirà con me», ribatté il vecchio.
Portò il libro al petto e pensò che anche se soltanto per un attimo avesse stretto nuovamente a sé Maria, avrebbe lasciato questo mondo senza una smorfia di dolore, e che l’immortalità del giuramento d’amore dopo più di mezzo secolo avrebbe sconfitto la morte. Ma l’imperativo dell’uomo con la ronca, che a sentirlo sembrava una bestemmia, risuonò improvvisamente come una profezia che si schiuse sul destino di quella sera, di quel buio senza nessun orientamento. Più in là, infondo alla valle, si sentì un bubbolare lontano: versi profondi e cupi, che nel vecchio cuore suscitarono un sentimento d’irreversibilità del tempo.
Sorrise amaramente al canto del gufo di quella notte, come stesse ancora sfidando la sorte. Guardò l’uomo con la ronca, di cui cercava lo sguardo, ma egli chinò il capo.
Sembrava davvero che la morte stesse chinando il capo innanzi alla potenza dell’amor profano.
L’uomo con la ronca non volle mai più incrociare lo sguardo del vecchio e si richiuse nel suo cieco falciare.
Improvvisamente, il vecchio cominciò a contorcersi per un dolore viscerale. Cadde sui ginocchi e mugugnò una bestemmia.
La sua visione della morte era in piedi, innanzi a lui, ma fu a tratti offuscata dall’amarezza, di una vita che stava per lasciare tra bestemmie e grida.
«Dannato manovale, affinché questa storia non sia soltanto il delirio di un uomo al tramonto, è giusto che fra i trulli, quando la racconteranno, sapranno parlarne col rispetto, di quest’uomo che aveva saputo amare oltre la morte», disse con tono sommesso dal dolore.
Non distinse nulla in quel buio paesaggio, ma continuava a sentire ossessivamente il falciare di quel millenario manovale del Creatore. Soltanto quella fredda mezzaluna tagliente rendeva con la sua indegna presenza, risposta alle sue bestemmie.
Era il buio che anticipava un’alba d’inverno.
La notte era quasi finita fra i trulli.
Ma non era ancora mattina. E l’aria si fece più gelida in quell’ora.
Il vecchio ansimava nel non luogo di quel momento. E in quel limbo indecifrabile del tempo gridò il nome della sua sposa che sconquassò compagne terre trulli e masserie. Tutto in nome della sua storia al tramonto, tutto in nome del suo amore giurato sull’altare della chiesa dei santi Medici; tutto per il megalitico desiderio di lasciare testimonianza dell’amore per la sua sposa.
L’uomo con la ronca si voltò dando le spalle al vecchio e innanzi a sé aveva l’alba che tremolava in quella valle d’ombre.
Il paesaggio era terso.
Dalle campagne si poteva intravedere Alberobello che sussultava nei primi battiti del giorno, e il canto del gallo decretò l’inutile istante dell’ultimo respiro di Giovanni.
L’uomo con la ronca osservava il vecchio non più come erba secca da falciare ma come un uomo che nasconde in sé il suo segreto, la sua storia, l’amore della sua vita. Poi si voltò e le sue vesti buie furono inghiottite dall’alba.
Giaceva su quella terra soltanto il corpo senza vita di Giovanni. E accanto, il suo libro.
Ma l’amore oltre la morte vinse la lotta, perché una storia, ancora da narrare, fu scritta da un vento improvviso.
Infatti, un freddissimo libeccio sfogliò le pagine del testamento esistenziale del vecchio, come fossero lette dal Creatore stesso; impazzite, giravano una dopo l’altra. E il vento, con suoni d’ogni etnia, creava una babelica e recitata preghiera che si manifestava in una trasfigurazione di voci che potevano sembrare deliri teatrali, nell’arena dell’alba, per poi essere consegnate nelle memorie dell’eternità.
Nella valle del tramonto, il vecchio lasciò dette parole d’amore e non furono dette mai, parole d’amore.
La storia di Giovanni e il suo amore oltre la morte per Maria, vinsero il tempo nel racconto che ne fece l’entroterra.
La sua storia al tramonto divenne Storia. Per Alberobello. Per i trulli.
Poi il vento si diede pace segnando la prima pagina, dove c’era la dedica.
A Maria, mia sposa.
Tuo eterno amore,
Giovanni
Biografia dell’autore.

Fabio Angiulli nasce nel maggio dell’81 a Monopoli.
Conseguita la laurea magistrale in Filosofia e Storia, presso l’Università degli Studi di Bari, Aldo Moro nel 2009, comincia la sua attività di giornalista, saggista e critico letterario, per varie testate locali.
Nel 2010 frequenta un corso di scrittura creativa con Fucine Letterarie.
Nel 2012 pubblica il suo romanzo d’esordio Fine dell’Era. (Lupo editore).
E nel 2019 il Poema filosofico L’impero dell’Avvenire, che reca la postfazione di Antonio Bini. (Youcanprint).
Nel 2022 con il racconto inedito Nella valle del tramonto, è finalista del concorso letterario, Puglia quante storie giunto alla V edizione, ed è pubblicato nell’omonima raccolta. (I libri di Icaro).
Oggi, pubblica saggi e poemetti editi da diverse testate online.







