Chi viene in Italia e chiede assistenza e protezione non può essere apostrofato come “clandestino”.
Nessuno può farlo, specialmente se appartiene alla classe politica, che dirige questo Paese.
Lo ha stabilito la Cassazione con una sentenza del 16 agosto scorso.
La libertà di fare politica «non può essere equivalente, o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui».
La stessa sentenza pone fine a una vicenda, che ha avuto inizio circa sette anni fa in occasione dell’assegnazione di trentadue richiedenti asilo presso un centro di assistenza, che una parrocchia di Saronno aveva messo gratuitamente a disposizione. La Lega aveva convocato una manifestazione e aveva affisso manifesti nettamente contrari affermando: «Saronno non vuole i clandestini. Vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo, ai saronnesi tagliano le pensioni e aumentano le tasse».
Le associazioni Asgi, per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, e Naga, di volontariato laica, indipendente e apartitica che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale ai cittadini stranieri, avevano agito in tribunale, sottolineando che i richiedenti asilo non potevano essere qualificati come clandestini. Costituisce, infatti, una «molestia discriminatoria», un comportamento, che offende la dignità della persona, e crea un clima offensivo, umiliante e degradante.
Secondo la Corte «gli stranieri che fanno ingresso nel territorio dello stato italiano perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel Paese di origine, di subire un “grave danno”, non possono a nessun titolo considerarsi irregolari e non sono dunque “clandestini”».
La Corte ha anche respinto la tesi che si può manifestare liberamente la propria posizione, dichiarando che «il diritto alla libera manifestazione del pensiero, cui si accompagna quello di organizzarsi in partiti politici, non può essere equivalente o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui».
Antonio Losito