In mattinata ho ricevuto questa mail dalla prestigiosa Casa Editrice Aletti, che sta cercando di ridare dignità all’espressione più alta della letteratura, ormai abbandonata nel buio degli scaffali delle librerie e della bellezza dell’uomo che si riscopre tale quando gli si rigano gli occhi di una luce d’amore divino, che solo la lettura in versi dona.
Ebbene si, Fabio, in maniera del tutto eccezionale riapriamo le candidature del concorso N. 1 in Italia dedicato alla Giornata Mondiale della Poesia.
Una festa che stiamo portando all’attenzione di tutte le testate sempre come conferma della nostra missione: dare il giusto valore alla poesia.
Troppo spesso ingiustamente relegata agli angoli più nascosti delle librerie…
per dare spazio a racconti leggeri o a manga giapponesi…
E quasi come se fosse scritto nelle stelle, proprio nella giornata della poesia sono nati tantissimi poeti famosi come Luigi Tenco, Alda Merini, Nizar Qabbani e il nostro Giuseppe Aletti.
Ed io ho deciso di aderire come goccia nell’oceano con questa raccolta di sette componimenti, legati da un filo rosso; una sorta di concept poetico, che rievoca sullo sfondo la reminiscenza della mia amata Savelletri; forgia e incipit del mio Natale.
Il messaggio si concludeva con i versi della poetessa Alda Merini, entrato ormai nel limbo dei calssici.
Segui il consiglio della Merini e “esci dall’ombra”:
“La poesia è l’anima che si manifesta, che chiede di uscire dall’ombra per illuminare il mondo.”
I
Prologo della memoria
Ritorni con un nebuloso bagliore squarciando l’Adriatico
con occhi di silenzi oceanici.
Nella genesi che è ormai apocalisse.
E adesso è come fossimo in due,
nel duello di sguardi muti.
Nelle postille, riflessi d’acqua in moto remoto.
Perché adesso smotto come morto
In viaggio regressivo, annego
Nuotando all’indietro, con assenza di voce Virgiliana
Scivolo nella mia forgia Adriatica
Fumigante spinge a valanga
Nel tempio del dell’amore.
Nel tempo presente del rimpianto.
Il Viaggiatore regressivo
In un passato che non sa.
Eppure interrato c’è dentro un’ acqua smorta.
Ma ombra viva che non l’abbandona.
Eterno presente di un tempo ciclico.
Ascolto assorto e pavido
Gli echi di un pianto di maree
Rimpianto di un oceano ormai notturno.
Oceano nero occidentale.
Quando gli ultimi rantoli infuocati
S’annegano in un inchiostro in burrasca
Di acque remote in moto dentro me.
Come l’Adriatico si fonde e si confonde
Nelle mie vene di mare aperto, forgiando lo strato nervoso del mondo.
Del pianto del prologo del tramonto
delle ormai Ere chimeriche Savelletriane,
– promesse di primavere chimeriche con albe assenti agli orizzonti.-
II
Il Viaggiatore archeologo
Io sono l’archeologo greco antico
Che corre nelle notti di comete spente
senza nessuna luce d’Oriente.
dove mi aggiro come fantasma,
alla ricerca dell’acqua dell’alba,
e forgiare uno stato d’essere.
Per questo volto le spalle al viaggio di Orazio
Alle sue parole di profezia della mia nascita
Edificata su acque adirate.
E nel tempo dell’aion
Calpesto le rovine di Egnazia
Con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte d’est
Ancora attanagliato dalle mascelle dell’inverno.
Ma il bagliore di un santuario che fu edicola votiva
disegna il tuo volto con immaginazione di luce irreale,
edificando la nostalgia della tua presenza
per stanziare i confini della liturgia dell’esistere perduto
e pongo una rosa bianca come genesi della storia,
triste ormai tentativo di ritorno alla purezza,
del nostro microcosmo di silenzio di parole scritte.
E sento addosso il peso immenso del ricordo
che non m’ abbandona
quel nebuloso tepore della riscoperta dell’amore.
Viaggio in regressione sospeso tra luce e dannazione.
Tempo caliginoso divenuto reale.
Presente.
Nell’ essere qui e ora.
Il Viaggiatore non scrive le parole dell’Opera.
E ha lo sguardo rivolto oltre le sbarre del passato.
Ed io archeologo scavo nel mio colosso greco interrato.
Dove l’Ade è una chiesa paleocristiana in fiamme,
E brucia. Dentro.
III
Canto d’invocazione liturgica
Le maree invisibili del trionfo notturno
Sono fantasmi interiori
che lambiscono le terre sorde di Savelletri,
nella pentecoste non rituale dei neon della festa.
E nelle processioni a passo di bestemmie
Di rosari di rosoni senza stillo d’uscita.
Architettura per prigionieri.
Pentecoste nelle strade acquatiche del buio
Ma senza parole d’impetrazioni liturgiche
Ormai vento d’uomo perduto e ormai muto.
Le Erinni stanziano il loro santuario di vendetta
Sulle scogliere attendendo di sferrare
gli ultimi strali del rito d’immolazione
nell’ultima luce biblica e irreale.
Inutile ogni invocazioni ascetica
dello spirito d’Estia e gli avi miei,
che dalle tombe acquatiche, emergano
degli specchi marini in ascesa processione
e s’innalzino, sperando nell’elevazione mistica dell’amore,
onda empiria sul mare oscuro dell’umanità,
e di una carezza non ancora ricevuta.
Delle ultime parole di fulgori
che levano il palcoscenico di Savelletri
nell’apocalissi del braciere di un mare crepuscolare
che apre vortici rovesciati dove scendo nella paura dei miei passi
mentre il muraglione messapico gronda sangue
ancora nella condanna della memoria,
rantoli di fuoco degli imperativi di Poseidone, profeta Adriatico,
per poi tornare ad ardere più forte nell’impero notturno stanziato
per la vedovanza del Viaggiatore.
IV
Rosacroce
Io
Non sono qui
Nel luogo in cui vi dono la mia assenza
E v’illudete d’essere vivi e liberi mentre leggete dileggiando.
Io stanzio il mio regno nel santuario del cuore
Che per voi potrebbe sembrare un sudario che avvolge la vittima
Io so le prigioni nella cassa toracica
Dove i battiti hanno volontà e potenza di stillare
Oltre gli orizzonti.
Ma il non luogo è defraudato dagli sguardi di occhi complici
E dalle parole di bocche di scirocchi rossi.
Come l’invasione barbarica dei gonfaloni della Roma stuprale
Cucinano il sacro sul mattatoio per l’avvilimento di Madama Storia.
Nella Roma imperiale di Costantino.
E l’incubo della Gerusalemme prigioniera
Del peso di un sole non più mistico
Ma fosco d’orrori occidentali.
Di una processione di parole
Nell’ombra della chiesa neogotica,
Dove nella camera ardente veglio
Il mio sogno d’amore,
Come un cero
Ormai smorzato
Dalle preghiere
Del paesino
Con una parata di stendardi
Di blasfemi
Occhi.
Il Viaggiatore sparge burrasca sillabica,
per ferire il notturno sole occidentale.
E si muove nello scorrente remoto
E trovare sollievo in un lago stanco che lambisca, le terre dei suoi fogli.
V
Il fantasma di Anima
Ed io scendo nella bestemmia dei miei passi
fin dove il sole non sorgerà per i profeti,
che crollano a scudisciate nel Tempo Secolare occidentale;
e non spalancheranno il Mar Rosso,
poiché ormai arcipelaghi di ferite
E il Nilo fetido rossore di ferita
Che sazia il tuo sguardo
Che come sacerdotessa infiamma.
Il mio Imperium senza memoria
ridotto in fogna della civiltà, dall’ombra occidentale,
che ogni amore dileggia, e si nutre bulimico.
Quando bussai a passo di mendicante d’amore
E il Verbo divenisse carne da macello.
Adesso che il Giordano non lambisce più la mia casa.
E gli anatemi dei tuoi oceani sono notte,
che scrosciano e scrutano,
l’introspezione del viaggio.
Dove tu sei lì a passo stanco e trascini l’inverno
Stanziando come impero barbarico
Su una croce che un tempo fu verità d’amore.
Mi senti?
nel buio parole di luce, Anima?
Io sono qui
dove la volta celeste si è ormai rovesciata,
e trascina l’angelo dannato dal sogno d’amore!
Piango nel tellurico crollo della chiesa neogotica,
sugli altari funebri e funesti
Il rimpianto delle macerie di una notte d’amore,
In un letto mai sofferto.
Ridotto in veglia funebre.
Vedovi entrambi.
E vittime del calpestio non liturgico
Di una processione di parole di rossi scirocchi
Sulle criniere dell’Adriatico.
VI
Il canto del ritorno d’amore
Ma Io ritornerò, da te, Anima
Attraversando il deserto interiore
E con rosa bianca di rimembranza tra le mani.
E sarà il giorno di San Valentino
per sfondare, nel buio prima dell’alba,
a calci le porte di Dio delle promesse cristiane,
per riesumare dalle bestemmie occidentali,
l’Antica Mesopotamia seppellita dall’Iraq e dalla Siria.
E stringere la sua terra tra le mani
e assaporare la vita tutt’intera,
prenderla tra le braccia come sposa,
ritrovata dopo il viaggio nei Millenni.
Entrerò dalla porta principale di Ishtar
trionfante Alessandro Magno
per la conquista dell’impero del tuo Oceano,
e come fortissimo maestrale Savelletriano
con il delirante impeto alle scogliere, far sbattere le porte di Dio,
e la blasfemia della Torre di Babele, liberando il verbo al vento…
Avrà il terrore disegnato negli occhi, la bellissima Afrodite,
ma comprenderà i vortici infuocati del cuore di un uomo
e saprà pur perdonarmi il delirio d’amore
forse leggerò la mia pena scritta nei suoi occhi?
e dal maestrale dell’Adriatico nelle vene
mio carnale inchiostro che scrive
il rimpianto di ciò che fu da uomini dileggiato.
L’universo tutto tace innanzi all’impero della voce!
Sarò maelstrom che suona parole d’oracolo
di una musica ascetica del poema dell’Adriatico
che quieto danza mentre il fiume terreno del petto
scivola nei fondali archeologici senza memoria,
dove ammiro e sorrido quando relitti d’uomo
dormono il sonno bi millenario nel Mar Morto.
VII
Il ritorno della purezza dell’amore dell’est
L’anfiteatro si estende a perdita d’occhio.
Depongo la dannazione della parola.
E io ti riconosco ancora tra le processioni
Non liturgiche dell’accadere della vita.
I mendicanti di vita hanno banchettato il nostro futuro.
Oltraggiando con il loro passaggio i nostri cuori.
Ogni loro passo sono una Bibbia di bestemmie.
Quante volte ho pensato di stringerti per mano
nel giorno del Giudizio Universale!
Noi, anime prigioniere di un cielo artificiale.
E adesso l’Adriatico nelle mie vene,
flottante come ferita in mare aperto,
sia ricucita da sartoria in un passaggio iniziatico
che ricucia l’orizzonte dell’Adriatico,
Ma nelle notti d’attesa, Anima, noi ci apparteniamo
Oltre l’orizzonte del visibile del giorno che ci inganna.
Dove lo sguardo dei morti viventi si perde.
Io sono Viaggiatore che ti raggiunge
In queste notti d’inverno infinite, corro!
Nell’Astra luce d’altra metà.
Ma adesso i tamburi rullanti dell’est
Esplodono nel costato del viaggiatore.
Io sono qui, Anima, mentre la mia ombra è proiettata dal peso di un sole occidentale che sulle orme dell’Adriatico annega.
E ti vengo incontro sui crini delle cale d’infanzia
Mentre senza preghiera di rosario matematico di passi sulle acque,
ti vengo incontro, in quieta litania amorosa.
sull’orizzonte dei mari, scalza d’ogni civiltà
con passo etereo, stanziando i deserti della Storia.
e con un bacio riappacificare il tormento
che eterno attraversa il destino del mio Adriatico.







