Leonid Breznev, solo due settimane prima, era stato a Sofia in visita ufficiale. I bulgari sono sempre stati quelli più ortodossi e più fedeli a Mosca e all’Unione Sovietica. Gli italiani, invece, i più eretici. Berlinguer è uno dei leader comunisti mondiali più distanti dalle posizioni politiche del Paese a guida del socialismo. Un antesignano e si era distinto per un chiarissimo discorso, già nel 1968, di condanna, dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia. In quella circostanza, con una rottura del cerimoniale mai intravista prima, il generale Ilja Kashev, non un politico, ma il capo dell’Ubo, il temutissimo servizio segreto dello Stato bulgaro, esce improvvisamente dallo studio, dove Todor Hristov Zhivkov, leader comunista e presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria dal 4 marzo 1954 al 10 novembre 1989, e il segretario del PCI stanno parlando ed esclama: «I colloqui vanno male, il programma iniziale è cambiato: l’ospite riparte immediatamente»
Molti anni più tardi furono resi pubblici i verbali di quei due incontri. In particolar modo, quando si giunse a parlare dell’invasione di Praga, Enrico Berlinguer aveva detto al capo dei comunisti bulgari: «Allora avevamo posizioni diverse. Devo dire, molto apertamente, che non abbiamo motivi per rivedere la nostra posizione». Allora Zhivkov aveva risposto raccontando della sua missione a Praga pochi mesi prima dell’intervento sovietico, rivendicando come un proprio personale merito l’informativa, che aveva spinto Mosca a inviare i carri armati. Subito dopo aveva chiuso con una frase a dir poco minacciosa: «Se bisogna condannare qualcuno per la nostra invasione, bisogna condannare noi, e personalmente me». Poi, in caso non fosse ancora chiaro: «Compagno Berlinguer, per la Cecoslovacchia devi portare in tribunale me».
Bruscamente la visita terminò. Di corsa verso l’aeroporto. Fuori da Sofia, in prossimità di un cavalcavia, la macchina staffetta della polizia diede una accelerazione, staccandosi dal corteo. Si fermò più in avanti e comandò lo stop ai veicoli, che venivano dalla direzione opposta. Le apparenze mostravano che si arrestarono tutti. Ma un camion, carico di pietre uscì improvvisamente dalla coda. Procedeva ad alta velocità. Sterzò improvvisamente a sinistra e con il paraurti riuscì a colpire proprio il paraurti sinistro della macchina in cui viaggiava Berlinguer. L’impatto fu micidiale. L’intera fiancata della Chaika, una grossa berlina di fabbricazione sovietica, che ospitava il leader del PCI, andò in mille pezzi.
L’auto perse il controllo, sbandò in direzione dello strapiombo e stava per precipitare dal cavalcavia. La Chaika slittò, ma un attimo prima di cadere nel vuoto, si fermò. Andò a sbattere contro un palo provvidenziale. Si frantumò ulteriormente e la carrozzeria accartocciò tutto l’abitacolo, impedendo all’auto di volare nel precipizio.
Miracolosamente il segretario del PCI era vivo. Perse una scarpa. Era sotto choc. Il viso coperto di escoriazioni. Però era illeso. Gensini e Oliva, che erano con lui, fermarono un taxi e lo portarono in ospedale, prima che arrivassero le ambulanze. La diagnosi parlava di commozione cerebrale. Enrico Berlinguer era, invece, perfettamente cosciente. In ospedale i dirigenti del Partito Comunista Bulgaro gli chiesero insistentemente di rimanere per sottoporsi alle cure. Lui non ne volle sapere: «Torno subito in Italia», furono le sue parole.
Telefonò alla moglie Letizia e all’inizio le disse che tutto andava bene. Poi, usando un linguaggio più consono alla circostanza, riferì dell’incidente e disse queste parole: «Hanno trovato il modo di darci una bella botta».
Antonio Losito







