Alla fine degli anni sessanta, rileggendo il vangelo alla luce degli studi che facevamo, abbiamo imparato che duemila e venti anni fa circa, quando è venuto Cristo sulla terra, vigeva l’idea aristotelica della gerarchia sociale.
Roma con il suo immenso impero ne era l’esempio.
L’uomo che nasceva padrone, moriva padrone. L’uomo che nasceva schiavo, moriva schiavo.
In casi assolutamente eccezionali, talvolta e raramente, uno schiavo, per esclusiva volontà generosa del proprio padrone, poteva essere affrancato e diventare “liberto”.
La venuta di Cristo in quell’epoca, mirabilmente descritta nel vangelo, è stata una rivoluzione, la più cruenta della storia.
Gesù ha detto al padrone: «Ama il tuo schiavo. È tuo fratello!» Poi allo schiavo ha detto: «Ama il tuo padrone. È tuo fratello!»
Questo messaggio è stato testimoniato dal sangue dei martiri nell’arco di più di due decine di secoli.
Nel vangelo, infatti, è predicato una sola cosa: l’amore incondizionato verso ogni persona che esiste al mondo.
Anche mons. Oscar Romero, assassinato il 24 marzo 1980 a San Salvador sull’altare, mentre celebrava la messa, è un martire. Non a caso è stato proclamato santo su impulso di Papa Francesco il 14 ottobre 2018, con la clausola in odium fidei, dopo quasi quarant’anni, completamente ignorato dai due precedenti pontefici.
La frattura, inoltre, è evidente ogni domenica, quando i vari telegiornali trasmettono l’Angelus da piazza San Pietro.
Dal viso e dalle labbra di Papa Francesco traspare quel messaggio di amore e di accoglienza, che difficilmente ascoltiamo nelle prediche delle messe domenicali, laddove alcuni sermoni, apparentemente affascinanti, spesso riguardano il mondo platonico dell’iperuranio. Raramente viene sfiorato il vissuto quotidiano fra persone, a cui trasmettere la parola ”amore” nel suo significato di rispetto, di accoglienza e di solidarietà.






