
POLITICHE DEL CLIMA
Le politiche del clima, sia nel campo della Mitigazione che in quelle dell’Adattamento ai Cambiamenti Climatici ( C.C.), sono attualmente, in Italia in capo al Ministero della Transizione Ecologica (MITE) ed hanno una storia lunga più di un decennio (2007-2023).
Al momento l’iter legislativo non è ancora operante, e la situazione è molto simile a quella di tanti altri atti parlamentari, in particolare nel settore ambientale, che, anche se necessari non sono mai stati portati a compimento.
Di seguito riporto il lungo e complicato iter, seguito da tale dispositivo denominato: Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNACC), il cui strumento operativo sarà il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), al momento non ancora operativo: Nel lontano 2007 su questo tema fu convocata la 1ma Conferenza Nazionale, focalizzata sugli effetti negativi che le variazioni climatiche, potevano apportare al ns paese e sulle misure da adottare, per limitare ed evitare i danni conseguenti. Nel 2012 il MATTM (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare) iniziò un percorso finalizzato alla stesura del 1mo PNACC con l’obiettivo di elaborare un progetto per evitare gli impatti sul ns territorio interessato da trasformazioni climatiche negative. Le modificazioni erano evidenziate da eventi meteo- climatici, sempre, più estremi, che interessando il Pianeta, ricadevano anche sul ns Paese.
La Strategia Nazionale, avrebbe avuto la finalità di: “contenere la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici agli impatti dei cambiamenti climatici e aumentarne la resilienza”. il Piano (PNACC) doveva in seguito costituire e costruire il concreto strumento attuativo: esso era fornito: a) di un “database” di azioni di adattamento; b) elencava le istituzioni competenti per eseguirle; c) una tabella dei fondi economici necessari per realizzarla. Il meccanismo, su indicato, avrebbe dovuto proteggere le ns comunità, da eventi quali: aumento delle T°, desertificazione, erosione costiera, dissesto idrogeologico, innalzamento del livello del mare.
Nel Piano erano previste diverse tipologie di azioni: a) un primo gruppo avrebbe dovuto costruire un’organizzazione e un corretto sistema di pianificazione; b) un secondo comprendeva le azioni, da mettere in atto, mediante piani d’intervento. E’ necessario, far presente che, al 2023 tutti i Paesi europei sono dotati di un PNACC, a meno dell’Italia e della Polonia.
Nel 2015 con il Decreto Direttoriale Prot. 86/CLE, il MATTM approvò e adottò la SNAC e impegnò la direzione del CLE ( Direzione generale per il Clima e l’’Energia) a sviluppare il PNACC, la cui elaborazione fu finalmente avviata nel 2016.
Nel 2017 fu avviato un lungo processo di condivisione della bozza del Piano e nel 2018 si arrivò al dialogo con la Conferenza Stato-Regioni che chiese di sottoporre il Piano alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica).
Il 2020 il PNACC fu sottoposto alla VAS, per cui il Piano “nato” nel 2018, dopo aver attraversato ben 4 differenti Governi, è stato ereditato da quello in carica, che ne ha promesso il recepimento e l’attuazione. I termini temporali dello stesso. In esso, non era purtroppo, presente una tempistica precisa, che sono diventati stringenti e annunciati, dopo l’ennesima tragedia dovuta al dissesto idro- geologico di Casamicciola del dicembre 2022. Non era la prima volta che il PNACC promesso in seguito ad una tragedia non era stato varato, ciò è avvenuto nelle ultime decine di anni in occasione dell’alluvione in Maremma del 2012, dei dissesti di Livorno del 2017 e di quelli di Palermo del 2020.
Il PNACC è diventato, quindi, uno dei tanti casi italiani, esempi della cattiva “abitudine” dei politici di dimenticare, trascorsi i momenti dell’emergenza, della necessità e dell’importanza di portare a compimento interventi di tipo strutturale organici e definitivi, sostitutivi di quelli emergenziali. Al momento, i ritmi incalzanti delle trasformazioni fisico-ambientali degli ultimi anni, hanno già reso obsoleta la prima stesura del PNACC 2018, discusso 5 anni addietro.
L’attuale governo ha presentato ufficialmente una nuova versione del Piano, alla Conferenza Stato-Regioni, che ha richiesto di assoggettarlo alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica).

BREVE SINTESI DELLE VULNERABILITA’ DEL PAESE
Di seguito riporto, sinteticamente, alcuni dei fenomeni fisici che hanno interessato di recente gli ecosistemi del ns Paese, modificandoli in senso negativo, e incidendo pesantemente sul nostro territorio con trasformazioni poco reversibili e recuperabili in tempi brevi:
- A) Risorse idriche.
Le variazioni climatiche degli ultimi anni, sono intervenute prepotentemente sul “ciclo dell’acqua” che aveva già subito e tenderà a subire, nei prossimi anni, modificazioni sempre più rilevanti nella sua qualità e quantità. In particolare, le variazioni, in atto, nei valori medi ed estremi delle T° e della piovosità, a livello Paese, avranno ricadute sempre più importanti:
a) sulla portata dei fiumi;
b) sulla ricarica delle falde acquifere;
c) sull’umidità del suolo. Tali variazioni hanno provocato e provocheranno conseguenze sulla “qualità” della risorsa primaria alterandone i suoi parametri fisici (T°, pH, torbidità..) e chimici ( nutrienti, ossigeno disciolto, sostanze organiche….) con effetti a cascata negativi di carattere sia biologico che ecologico.B) Ecosistemi marini, terrestri e lacustri. Acquacoltura e pesca.
L’acidificazione dei mari, dovuta all’aumento della CO2 in atmosfera, sviluppatasi nelle ultime diecine di anni, condiziona la capacità di alcune specie di riprodurre i propri gusci e scheletri. L’effetto combinato dell’aumento di T° e della riduzione di ossigeno nelle acque, genera complicazioni nella circolazione, nei cicli biochimici e nella biodiversità con conseguenti ricadute negative economiche e produttive nei settori della pesca, dell’acquacultura e del turismo. L’aumento delle T° medie in atmosfera, le variazioni del ciclo idrologico, l’intensificarsi di eventi metereologici estremi, spesso coevi, provocano effetti sulla flora e sulla fauna, con alterazioni nella fisiologia e nel comportamento di piante e animali. Le conseguenze potrebbero generare:
a) il declino di alcune popolazioni;
b) la modifica degli areali di distribuzione con spostamenti di specie verso zone a loro più favorevoli;
c) la modifica nelle interazioni tra specie con contatti tra portatrici di patogeni e aliene; d) l’incapacità di alcuni habitat ad ospitare alcune specie e di interagire con i loro cicli vitali. C) Agricoltura e Produzione alimentare.
Gli effetti delle variazioni climatiche creano condizioni di elevata vulnerabilità in agricoltura: le condizioni fisico-ambientali incidono sulla qualità, quantità e stabilità della produzione. L’aumento della CO2, le T° più elevate, le variazioni dei regimi e delle frequenze delle precipitazioni sono tra i fattori che interferiscono positivamente o meno sul settore agroalimentare.
Queste neo-condizioni generano una diminuzione delle capacità produttive, da cui deriva la carenza di alcuni prodotti, con ricaduta su produzioni di qualità. D) Suolo, Territorio e Aree costiere.
Le variazioni climatiche stanno producendo una riduzione delle produzioni agrarie, delle biomasse dei pascoli e delle foreste e un aumento dell’abbandono dei terreni agrari. Quanto esposto genera periodi d’intensa siccità e di eventi estremi caratterizzati da precipitazioni di breve durata e di elevata intensità. A questi effetti deleteri si aggiungono la frequenza e la diffusione degli incendi boschivi naturali e “antropici” che riducono la capacità di infiltrazione delle acque nei suoli, aumentandone l’erosione e favorendo fenomeni di dissesto.
Inoltre l’attuale innalzamento del livello medio marino, dovuto alla de-glaciazione, in atto da decine di anni, e l’aumentata esposizione alle inondazioni sono responsabili di modifiche del profilo costiero, del suo habitat e delle infrastrutture urbanistiche ivi presenti. E) Insediamenti urbani.
Le aree urbane e urbanizzate, ospitano la parte preponderante della popolazione umana e rappresentano nello stesso tempo le maggiori responsabili e le principali vittime delle attuali variazioni climatiche. Le cause principali derivano da:
a)una urbanizzazione spesso incontrollata;
b) una sistematica impermeabilizzazione del suolo;
c) “trasformazioni e interramenti” errate dei corsi d’acqua.
I motivi su-esposti sono tra gli interventi antropici che hanno contribuito e contribuiranno in futuro ad aumentare il rischio del dissesto idrogeologico in aree urbane e peri-urbane.
Infine, a quanto riportato, si deve aggiungere la scarsità di aree verdi e, di contro, l’abbondanza di superfici impermeabili e riflettenti, la densità e l’altezza delle costruzioni che intensifica gli effetti di “isola di calore” che genera temperature mediamente più elevate nelle parti centrali delle città, con conseguenti ricadute negative sulla salute dei cittadini.
CONCLUSIONI
L’inazione, da parte di tutti i governi italiani, succedutosi negli ultimi decenni, nei confronti delle trasformazioni climatiche in atto. ha già generato conseguenze di tipo negativo che hanno coinvolto i nostri cittadini generando notevoli danni economici. I decessi conseguenti a fenomeni di alluvionamenti, frane, “ondate di calore e gli aumenti di patologie legate all’inquinamento dell’aria, del suolo e delle falde acquifere ne sono una prova.
Le perdite economiche, sono anche facilmente misurabili per il recente passato, e ipotizzabili per il futuro prossimo, costruendo proiezioni sul lungo periodo.
Il continuo rinvio del PNACC italiano però, è la dimostrazione della cattiva volontà o incapacità di interpretare il futuro, in quanto, i politici ragionano spesso, in termini di tempi brevi e contingenti, condizionati dalla lunghezza del loro mandato:
Questo si traduce in politiche ambientali, basate su periodo brevi, che non rispondono a scenari che, con l’attuale ritmo di aumento di T°, porteranno ad un pianeta più caldo dai 2,5/4,0 C° già a fine secolo.
Le disastrose conseguenze alle quali andiamo incontro sia noi umani che le specie a noi collegate e la trasformazione dell’habitat nel quale vivremo, vengono trascurate e disattese.
I Piani di intervento, necessari per attenuare le trasformazioni in atto, in modo da rallentare prima e cercare di fermare tra molti decenni gli effetti negativi in divenire, sono dai leader politici di turno, sistematicamente disattesi e riesumati solo in occasioni derivanti dall’emergenza del momento. Avremmo, di contro, bisogno di politici, fortemente impegnati nel settore ambientale e che con sistematicità “incentivino”:
a) la creazione di neo-strutture e la crescita di “strutture tecniche dedicate” all’ambiente;
b) che diano priorità ai problemi della salvaguardia dell’attuale habitat e del territorio, ma, anche di quello “in divenire” con lo sguardo, sempre rivolto a problematiche di lunga scadenza.
Questa proiezione nel futuro è inderogabile, la disattenzione e la trascuratezza sono nemiche della salvaguardia dell’unico territorio fisico che, noi umani, abbiamo a disposizione e che abbiamo il dovere di consegnare alle prossime generazioni.
Bibliografia essenziale:
1) MATTM attuale Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica, 2020/2022)
2) Climate Change 2022: Impacts Adaption and Vulnerability; ( EM-DAT, CRED, 2022);
3) Global damage costs from natural disasters. All disasters, 1980 to 2022, (EM-DAT.-CRED, 2022) : University Chatolic de Louvain Brussels , Belgium;

Prof. Antonio Paglionico, geologo, già ordinario presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali Università “A.Moro” Bari Componente Direttivo SIGEA Puglia.







