Orazio Menga è nato a Monopoli nel 1953, morto il 31 ottobre 2016 tragicamente per una caduta accidentale lungo la scogliera di Porto Verde.
E’ stato farmacista dirigente presso il Presidio Ospedaliero Monopoli-Conversano.
Autore di numerose opere a carattere scientifico, ha pubblicato diversi volumi di narrativa:
Il mio pagliaccio (2005); Un quarto di luna (2006); La cinquecento blu (2007); Ad un passo da Miriam(2011).
RICORDO DI ORAZIO MENGA A 5 ANNI DALLA SCOMPARSA CON LA RECENSIONE DEL LIBRO ” AD UN PASSO DA MIRIAM” DEL 2016

L’immortalità del ricordo d’amore
Ho trascorso un’intera notte ad ascoltare Roberto: i suoi pensieri, ricordi, emozioni e rimpianti. Partendo dai suoi flashback, fino all’amore devozionale per la sua Miriam; ho ripercorso insieme a lui un viaggio psicoanalitico al centro di se stesso; ho visto l’amore aggrapparsi al rimpianto e la vita riavvolgersi in un modo strano, mentre il passato tornava in un’escalation di immagini limpide e torbide: le acque torbide di un inconscio ferito, in subbuglio.
Il libro di cui mi accingo a stendere la recensione è l’ultimo di Orazio Menga, A un passo da Miriam. (ed. Gelsorosso).
È notte fonda, e si sente appena il mio respiro e il battito delle mie dita sulla tastiera, mentre intorno a me ho la sensazione che i personaggi sfilino tra le ombre della mia stanza; e questo vuol dire che Menga, già autore di diversi romanzi, è riuscito nel suo intento: dare una carnalità ai personaggi fatti di parole. Sento dentro me il tormento di Roberto, l’immortalità di quel rimpianto e di quell’amore verso la sua sposa che non vuole cedere il passo alla morte; ma la morte è la curva della strada, diceva Fernando Pessoa, e Roberto questa curva la vuole oltrepassare con lo sguardo, frantumandone l’impossibilità di andare oltre. E tutto questo, in nome dell’amore.
Roberto è in viaggio ed io assieme a lui, come lettore, questo sì, tuttavia sono finito all’interno dei suoi meccanismi narrativi fatti di ritorni al passato continui; perché il lettore è costretto a fare l’equilibrista sulla fune, sospesa tra il baratro del rimpianto, e la delirante volontà di potenza del personaggio di intervenire sul passato, per evitare di farlo scorrere passivamente sulla tela del ricordo.
Ma il passato non può più passare: ed è lì che crolla tutto. È semplicemente un modo di ammettere la sconfitta; è un modo di delirare contro un’immagine, cercandone di mutarla; ma non si può, perché il passato è lì immobile, eterno, contro il divenire dell’esistenza. E l’amico Orazio attraverso la parola crea i meccanismi acidi e psicanalitici del suo personaggio.
Il romanzo sentimentale, raccontato con la tecnica del flashback, è nel non luogo dell’esistere, in un limbo del tempo in cui passato e presente si confondono nel miraggio del futuro, e si annega nelle acque torbide del rimpianto e della morte dell’amata.
Veniamo alla trama: Roberto ha perso prematuramente sua moglie Miriam in un incidente stradale, il dolore lo induce a ripercorrere un viaggio alla riscoperta della propria vita, con particolare attenzione ai trent’anni di matrimonio vissuti insieme.
Completamente isolato dalla realtà, come un esule del tempo presente, e del mondo intero, Roberto sfilerà lento su quella fune che divide il presente dal passato, con richiami continui alle figure sociali: della famiglia, dell’amicizia e del mondo com’era cinquant’anni fa. Sullo sfondo scorreranno usi e costumi della generazione degli anni cinquanta: dal mito della tintarella, ai bagni al mare, le botteghe degli artigiani fino agli squarci di bellezza immortale dei luoghi della terra di Bari e Monopoli.
A salvare Roberto dal naufragio dei suoi ricordi c’è l’amore per la sua donna scomparsa, la sua devozione: sospesa anch’essa tra estasi e dannazione.
La scrittura non è quella tipica dei romanzi in cui ci sono fiumi di parole al chilo che hanno l’esiguo compito di descrivere la narrazione, ma la parola si riavvolge in un significato, divenendo evocazione e poesia.
In questo buio in cui non è più notte né ancora giorno, ripenso a quel che amo, ossia i narratori, chi riesce a dare una dimensione letteraria profonda e significativa a quello che scrive.
In questa notte mi rendo conto di aver amato molto i maniscalchi delle parole, e non soltanto chi racconta bene delle storie, ma chi saprà fare della parola un centro di potenza espressivo.
È il buio prima dell’alba e mi ritrovo anch’io A un passo da Miriam, perché il viaggio è terminato e Roberto ha trovato la sua pace. Tuttavia le ombre dei personaggi non sono state cancellate dai primi raggi di un sole autunnale.
E così sono le nostre vite, perché l’immortalità del ricordo tiene acceso il lume dell’amore. E per l’uomo che oltrepassa la curva della strada, di cui parla il poeta Fernando Pessoa, non verrà più visto ma sarà per sempre immortale nel barlume di un ricordo.
Per questo noi, caro Orazio, ti ricordiamo con la tua ultima opera che, dato il tema, appare quasi amaramente profetica.
Ciao Orazio.








