Di pochissimi scrittori latini usiamo frasi nel linguaggio di tutti i giorni. Spesso ripetiamo modi di dire, locuzioni e frasi riprese da Quinto Orazio Flacco. Può trattarsi del “carpe diem” (cogli l’attimo), spesso ripetuto con pacata saggezza. Un invito. Talvolta per sottolineare un senso di straordinaria sensibilità, convertito anche in uno slogan pubblicitario. Una questione futile o pleonastica. Una montagna che partorisce un topolino. Oppure “aurea mediocritas” (aurea medietà). Una presenza massiccia di Orazio nel nostro linguaggio comune vuol dire tante cose, ma soprattutto ci indica la smisurata fortuna dell’opera di questo poeta. Una cultura molto diffusa, fin dal Medioevo, apprezzava l’impronta morale delle “Satire” di Orazio. Dante stesso ne è testimone. È, inoltre, l’espressiva concentrazione del suo stile, che si traduce in locuzioni irripetibili, memorabili e incisive. Un maestro sia dell’espressività che della forma.
«Fino ad ora nessun poeta mi ha procurato un rapimento artistico uguale a quello che ho subito provato alla lettura di un’ode di Orazio… Questo mosaico di parole, dove ognuna per il suo timbro, per il suo posto nella frase, per l’idea che esprime, fa raggiare la sua forza a destra, a sinistra e sull’insieme». Questa affermazione è stata ripresa da un famoso passo del 1889 di Friedrich Wilhelm Nietzsche.
Con un minimo di parole, un maestro della forma. Attraverso la collocazione nella frase ben studiata si ottiene il massimo dell’espressività. Realizzata, per esempio, attraverso quella che, da lui stesso più volte coniata, va sotto il nome di “callida iunctura” (nesso astuto). Un accostamento di parole sorprendente, originale e pregnante. Proprio come nella metafora del “carpe diem”, il cui senso letterale è «spizzicare, spiluccare il giorno». La ritroviamo nell’ode a Leuconoe (1.11), un brevissimo componimento, che nella sua intensa concentrazione e perfezione formale, è una specie di “Infinito” leopardiano della poesia latina.
Un’altra massima famosa ci rivela l’analogia tra l’invito di Orazio alla semplicità naturale e alla misura “est modus in rebus” (c’è una misura nelle cose), dettato soprattutto dal suo epicureismo e dal suo gusto personale, e il richiamo alla sobrietà dei costumi, che ispira il ritorno al “mos maiorum” (costume degli antenati). “È una riflessione personale dettata dalla propria sensibilità. Una meditazione pacata e aperta al sorriso, maturata attraverso la propria esperienza del mondo e l’osservazione critica e autocritica della realtà umana”. L’obiettivo di Orazio è il voler perseguire, e al tempo stesso proporre, una morale di autosufficienza e di libertà interiore. Una rivendicazione di autonomia dalla dimensione civica alla vita privata.
Poeta dell’equilibrio e della visione terrena. Della compostezza imperturbabile. Rivela, inoltre, un segreto, quello di un fascino duraturo, legato alla precarietà della condizione umana, alla morte incombente “pulvis et umbra sumus” (siamo polvere e ombra), una perenne e inappagata ricerca di sottrarsi ad ansie e paure. Orazio coglie i segni nell’irrazionalità dei comportamenti umani dei suoi tempi e nell’ambizione modesta e smodata. Visti come una continua e vana fuga da sé stessi “caelum, non animum, mutant qui trans mare currunt” (cambiano il cielo, non il proprio animo, quelli che continuano ad attraversare i mari), un piccolo orizzonte della vita quotidiana. Il suo è un invito a gustare giorno per giorno i piaceri dell’attimo.
“La breve misura di tempo che ci è consentito godere. È il senso del carpe diem, senza investire troppo o farsi illusioni sul futuro”.
Un tacito sorriso pieno di ironia con una leggerezza di tono, che osserva con arguzia. Completamente tollerante verso le debolezze umane.
Lontano da intenzioni moralistiche o edificanti.
Possiamo facilmente intuire e affermare che la poesia di Orazio è senza tempo e a noi è vicina e familiare.
Antonio Losito