
Ciao mamma,
10 anni fa tornavi alla tua vera casa, ammesso che ne esista una in questo universo, ed io spero di sì, altrimenti non saprei nemmeno come parlarti, cosa dirti.
Mia madre Antonia Pastore (1921-2012), per tutti Antonetta, morì a 90 anni.
Una lunga vita di fatica (il lavoro a quei tempi si chiamava così), il marito Giovanni Leoci (1922-1997), noi figli (otto), i nipoti, la casa, la chiesa, la messa, le preghiere quotidiane.
Era andata a lavorare in campagna con le donne adulte dopo la quinta elementare, dieci quasi undici anni, si sentiva già grande. Del resto era la più grande dei figli.
Ci teneva a dirci che lei a scuola era brava, mai bocciata, le piaceva studiare.
Ma bisognava dare una mano in casa, erano tanti e tanti ne erano morti durante la fanciullezza.
La mattina, alle quattro d’estate e alle sei d’inverno, si ritrovava con altre donne e partivano.
Due tre quattro km a piedi per giungere sul luogo di lavoro, in campagna. E bisognava darsi da fare perché, altrimenti, il padrone ti diceva “figlia mia, non ti posso tenere”.
A casa, poi, la sera, con la mamma e le sorelle, doveva andare a riempire l’acqua dalla fontana e a buttare quella sporca.
La domenica si lavava la roba, nel catino con  strechètôre (Tavola per lavare la roba).
E siccome erano tutte figlie femmine e un solo maschio (fra i più piccoli, gli altri si erano persi per strada), arrivava presto il tempo in cui una ragazza doveva pensare anche al corredo, per trovarsi pronta se, per caso o per fortuna, capitasse un buon partito.
Per i materassi, a cui le suocere tenevano tanto, bisognava lavorare a raccogliere le olive tutto l’inverno!
A 19 anni si innamorò di mio padre, Giovanni (Giannino per tutti) che ogni giorno andava ad aspettarla con la bicicletta, quando con le altre donne tornava da campagna. Si fidanzarono, ma a quei tempi era difficile stare anche un po’ da soli.
Ma loro si volevano bene ed erano contenti così.
Nel 1940 venne la guerra a spezzare i destini e i sogni di tanti giovani.
Avevano meno di vent’anni: lui fu sbattuto in Africa e lei continuò la sua vita di lavoro.
La domenica, con le sorelle e le amiche, finiti i lavori di casa, si concedevano il piccolo svago della messa e dell’Azione Cattolica, e davano pure una rinfrescata alla chiesa.
Per circa due anni, né lei né la madre vedova seppero niente del figlio e del fidanzato.
Era morto? Era vivo?
Poi arrivò una cartolina e dalle informazioni dei parenti di altri giovani monopolitani partiti con lui, seppero che era stato fatto prigioniero dai francesi.
Durante l’attesa alla mamma le era capitato un buon partito, e le amiche, le sorelle le dicevano “Sposati, se quello torna e non ti vuole più? “
Ma lei rispondeva. Sempre “Perché non mi deve volere più? Io lo aspetto”.
Mio padre tornò, scheletrico, malato di malaria nel ’46, quando la guerra era finita da un pezzo, perché i francesi non perdonavano ai cugini italiani quella pugnalata alle spalle della dichiarazione di guerra, quando già la Francia era già praticamente occupata dai tedeschi.
Non avevano niente, manco occhi per piangere, era solita dire la mia mamma.

Si sposarono ( 4 ottobre 1947) ed andarono a vivere in un pezzo di terra che mio padre aveva ereditato da suo padre, dov’era una casetta di una sola stanza, per noi, la mitica “torre” in contrada S. Luca, che, ancora lì, provata ma resistente al tempo, come una persona cara, ci ricorda le nostre origini.
Lì, in quell’unica camera, con U tobbe (lume a petrolio) e il pozzo fuori, siamo vissuti fin quando eravamo quattro figli e – finché visse, io la ricordo appena – con noi stette anche la nonna paterna.
Mia madre ha sempre parlato bene di sua suocera, le era molto affezionata e l’affetto era reciproco.
A quei tempi, almeno al Sud, a Monopoli, nei ceti popolari, non era stato ancora inventato il femminismo, l’emancipazione in genere.
Mia madre non sapeva niente di queste cose, del resto anch’io le scoprii all’università.
Certo, non si sarebbe opposta alla volontà di mio padre, ma come noi donne sappiamo fare, trovava i momenti giusti per convincerlo.
Del resto in molte cose, mio padre, un contadino cocciuto, era molto più all’avanguardia della moglie, per esempio nell’istruzione delle figlie.
Al di là di tutto, si volevano bene e si sostenevano a vicenda.
Mia madre, era una donna che voleva conoscere i fatti del mondo: seguiva i tg (in questo aveva imparato da mio padre) e, se qualcosa non era chiara, voleva spiegazioni. Anche per i film: se non aveva capito qualche passaggio, era pronta a chiedere.
E questo sempre. Fino alla fine.
A 90 anni si interessava della vita e dei problemi di tutti i figli, dei nipoti.
Una volta, qualche mese prima di morire, mi tenne una lezione “di filosofia”, che ricordo ancora, parola per parola.
Stavo pensando, mi disse una sera che stavamo da sole, noi due.
Mi sembra ieri. Io ero giovane e andavo a lavorare, poi incontrai tuo padre, mi piaceva e lui si faceva trovare tutte le sere quando tornavo da campagna. Mi fece la proposta e io gli dissi di sì.
Poi partì in guerra e io, per tanto tempo, non sapevo neanche se era vivo o morto.
Poi tornò e ci sposammo.
Ci siamo voluti bene. Abbiamo lavorato sempre, dalla mattina alla sera.
Sempre d’accordo.
Poi siete nati voi.
Poi siete diventati grandi.
Poi tuo padre è morto.
Lui mi diceva sempre che voleva morire prima di me.
E, adesso, sono così vecchia, è passato tanto tempo e io non me ne sono manco accorta.
Mi sembra ieri che ero ragazza, avevo conosciuto tuo padre e la sera, quando andavo a dormire, pensavo a lui.
Veramente mi sembra ieri! “
Cara mamma sii felice col tuo Giannino, forse siete di nuovo giovani e pieni di sogni.
E il vostro tempo non passerà mai.
Adesso, vi ha raggiunto anche Tonia a cui eravate particolarmente legati, perché un’infermiera, alla fine, diventa la custode della salute dei suoi genitori.
E Tonia lo è stata.








