Così scrive Ignazio Silone, scrittore, giornalista, politico, nelle pagine dei suoi libri:
Un piccolo uomo cencioso e scalzo, ammanettato tra due carabinieri, procedeva a balzelloni, nella strada deserta e polverosa, come in un penoso ritmo di danza, forse perché zoppo o ferito a un piede.
Tra i due personaggi in uniforme nera, che nella crudezza della luce estiva sembravano maschere funebri, il piccolo uomo aveva un vivace aspetto terroso, come di animale catturato in un fosso.
Egli portava sulla schiena un fagottino dal quale usciva, in accompagnamento al suo saltellare, uno stridio simile a quello della cicala.
L’immagine pietosa e buffa m’apparve e venne incontro mentre mi trovavo seduto sulla soglia di casa, col sillabario sulle ginocchia, alle prime difficoltà con le vocali e le consonanti; e fu una distrazione inaspettata che mi mosse al riso.
Mi girai attorno per trovare qualcuno che condividesse la mia allegria e in quello stesso momento, dall’interno di casa, udii sopraggiungere il passo pesante di mio padre.
«Guarda com’è buffo», gli dissi ridendo.
Ma mio padre mi fissò severamente, mi sollevò di peso tirandomi per un orecchio e mi condusse nella sua camera. Non l’avevo mai visto così malcontento di me.
«Cosa gli ho fatto di male?» gli chiesi stropicciandomi l’orecchio indolorito.
«Non si deride un detenuto, mai».
«Perché no?».
«Perché non può difendersi. E poi perché forse è innocente. In ogni caso perché è un infelice».
Senza aggiungere altro, mi lasciò solo nella camera in preda a un turbamento di una nuova specie.
Le vocali e le consonanti, con i loro complicati accoppiamenti, non mi interessavano più.







