Un altro naufragio preannunciato.
Una ulteriore tragedia, collegata al desiderio di libertà. Migrare, attraversando il Mediterraneo, ormai diventato, come dice Papa Francesco, un contenitore immenso di cadaveri.
È avvenuta nel mare della Tunisia, la scorsa notte, nei pressi delle coste di Sfax.
A Lampedusa, l’hotspot è sovraffollato.
Oltre 700 persone da quattro giorni sono in cerca di un porto sicuro.
A bordo dell’Ocean Viking ci sono 296 persone. In una sola notte due naufragi.
È l’ultimo dramma.
Ce lo conferma l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni.
L’imbarcazione, partita da Zouara (Libia) aveva con sé circa cento persone, di cui 76 disperse, 24 soltanto tratte in salvo.
Flavio Di Giacomo, il portavoce della OIM Italia, afferma:
«Un altro naufragio al largo della Tunisia, che avrebbe provocato almeno 76 dispersi. Sono oltre 650 a questo punto le persone morte nel Mediterraneo quest’anno. Eppure resta inascoltato l’appello a rafforzare il pattugliamento».
Sempre nel Mar Mediterraneo, nelle stesse ore, c’è stato un altro drammatico evento.
Si è ribaltato un barcone carico di migranti.
In questo caso, fortunatamente, uomini, donne e bambini (la più piccola ha appena due anni) sono stati prontamente soccorsi dalla ONG “Open Arms”.
Una operazione lunga e difficile, ma, nonostante fosse drammatica e raccapricciante, ha avuto un esito positivo.
Mani di donne e di uomini aggrappati al bordo della barca, con gambe alla ricerca di un qualsiasi punto di appoggio per non ripiombare in acqua.
Occhi spalancati, che chiedevano aiuto.
Un disperato tentativo di evitare di annegare. L’imbarcazione con a bordo oltre cento persone si è capovolta davanti ad “Astral”, la nave di Open Arms, mentre era impegnata a dare soccorso.
E l’equipaggio ha inviato un duro messaggio alle autorità, che non avevano dato alcun segnale, non rispondevano né al “myday”, nè al relativo SOS.
«È difficile comprendere l’inerzia deliberata di Tunisia, Malta e Italia in un caso così chiaro; pur avvertite, hanno lasciato alla deriva la barca per diverse ore: questa è omissione di soccorso».
«Abbiamo bisogno che le autorità agiscano in fretta e assegnino un porto sicuro. Il tempo è in peggioramento e su “Astral” non abbiamo spazio, cibo e acqua sufficienti per tutte le persone a bordo».
Sono le parole inquietanti di Gerard Canals, capo missione di Open Arms, dopo il rocambolesco salvataggio avvenuto la notte scorsa.
Ora, sul ponte della nave, in sicurezza si trovano 110 persone.
Le parole di Flavio Di Giacomo sono lapidarie:
«la Libia continua ad essere un porto non sicuro nell’indifferenza generalizzata».
Appena giunti sul posto, sono stati distribuiti giubbotti salvagente, «dopo aver allertato le autorità competenti».
«Non appena terminata la distribuzione, tuttavia, l’imbarcazione si è ribaltata e la nostra squadra ha dovuto effettuare un soccorso servendosi dei gonfiabili in dotazione del nostro veliero».
«La Libia continua ad essere il primo Paese per numero di partenze verso l’Italia. Rimane un Paese instabile, lo abbiamo visto solo una settimana fa con il confronto armato a Tripoli fra i due governi. Questo fa sì che la condizione dei migranti in Libia non sia migliorata per niente: le condizioni dei centri sono e continuano ad essere inumane». «È il vero grande problema umanitario: la rotta del Mediterraneo centrale rimane la più pericolosa e continuano a morire tante, troppe persone che fuggono dagli orrori e dalle violenze».
Noi ci chiediamo: questi migranti che scappano dall’Africa ricevono in Italia e in Europa gli stessi trattamenti umanitari riservati ai rifugiati ucraini?







