Dalla seconda metà dell’Ottocento 26 milioni di italiani sono andati a guadagnarsi il pane altrove. Sono migrati all’estero.
Il flusso continua ancora ma oggi non si tratta più solo di braccianti, minatori, muratori, camerieri, ma anche laureati, dottorati e ricercatori.
Quella che viene chiamata “fuga dei cervelli” è un fenomeno complesso che riguarda non solo l’Italia.
Accade anche in Francia, Germania, Regno Unito, Spagna.
A fare la differenza per l’Italia sono due aspetti.
Il primo è che il numero dei cervelli che partono non è bilanciato da quelli che arrivano.
Il secondo è che la quota di laureati che emigra cresce di più del numero di coloro che prendono la laurea.
Gli sgravi fiscali per chi torna non hanno avuto successo perché il problema non è l’aliquota fiscale.
Il problema è che l’Italia non investe nella ricerca, nella qualità della Pubblica Amministrazione, in cui il merito non è premiato, il salario non è correlato alle competenze, le carriere si fanno per anzianità e non per risultati.
Una politica corretta non è quella che punta solo sui vantaggi fiscali, ma quella che crea opportunità e soddisfazioni, un ambiente favorevole per chi c’è, per chi vuole tornare, per chi vuole venire.
Il fenomeno riguardante l’Italia interessa maggiormente il nostro Sud, dove la mancanza di lavoro si avverte ancor di più.
Gli iscritti all’AIRE, Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, sono un chiaro indice della situazione.
I figli della nostra Monopoli, iscritti nell’AIRE, sono 5.000. Ogni anno se ne aggiungono più di 100.
E molti sono giovani.








