Già in libreria.
Un racconto in prima persona, che documenta il dramma delle donne private di ogni diritto nell’Afghanistan islamico dei talebani e nel contempo l’incredibile coraggio di chi vuole lottare e non si rassegna.
Una resistenza contro una oppressione innaturale.
Le donne costrette a vivere coperte in prigioni di stoffa. Senza diritti. Non possono più lavorare, né completare il proprio corso di studi. Private del diritto alla salute, a cui si accompagna l’insicurezza alimentare e una povertà crescente. Le donne devono solo scomparire.
Manca il diritto di vivere. Scomparse dietro i drappi neri e avvolte nelle pieghe del burqa. Le donne lottano aspramente per riprendere ciò che appartiene a loro.
«Dovevo uscire a comprare del filo, mi serve per il mio lavoro di sarta. Il primo ordine da molti mesi, devo approfittarne. La stoffa nera mi inghiotte, tutta coperta, un vecchio corvo. Solo gli occhi respirano, vedono, li vedono. Avanzano dal fondo della strada, fermano la macchina, scendono. Sono tre, armati. Puntano dritto su di me. Gridano, non si sa perché. La mia mente corre veloce, è tutto a posto? Sono in regola? Sono coperta come vogliono loro, il cuore accelera. No, i guanti neri non li ho. Ci sono 45 gradi all’ombra. Sudo tanto che li vedo traballare in un’immagine acquatica. Sono sola, per strada. Ecco ho disobbedito. Gridano, mi spingono, sono una schifosa puttana, sì perché sono uscita a comprare del filo, senza un dannato uomo, senza i guanti, mi sento un pupazzo nelle loro mani. Nessuno mi proteggerà, tutti hanno paura. Mi accorgo che sto tremando. Mi malmenano, sempre senza smettere di urlare, mi danno un calcio, cado, se ne vanno garantendomi la loro punizione per la prossima volta. Mi arresteranno e mi frusteranno. Questo il programma. Ma per questa volta è andata bene. Avevano fretta. Mi asciugo il sudore, respiro, mi nascondo, aspettando che la macchina sparisca. Ora, finalmente, posso comprare il mio filo». È il racconto disperato di Amina, tenace e piccola sarta di 16 anni.
«Qui si soffoca. La vita è diventata così pesante che non riesci nemmeno a respirare. Se i Talebani fossero capaci di portar via l’ossigeno da dentro i nostri polmoni, lo farebbero». Parla Shazia. È esasperata con quattro figlie femmine. I divieti per le donne sono dappertutto. Solo ordini, sempre diversi. Non ci sono leggi. Ogni giorno che nasce inventano cose nuove: «Così ti tengono sempre sul chi vive, sull’orlo dell’errore, di una punizione possibile».
Tra le donne, suicidi, depressione e disturbi mentali sono in forte crescita.
Samia, già vedova e con una famiglia da mantenere, ci racconta: «Cerco in tutti i modi di essere forte, ma la situazione di adesso è molto stressante, siamo sotto pressione, incerte, spaventate. A volte non riesco nemmeno più a prendermi cura di me stessa in modo appropriato. Devo vendere bolani – focacce di pasta fritta ripiene di verdure – per strada, per poter nutrire la mia famiglia. È dura, la gente non ha niente, non ha nemmeno soldi per mangiarsi un bolani. Ma il peggio è che ogni giorno vengo minacciata dai Talebani; mi gridano in faccia con il fucile puntato perché non sto a casa come dovrei. Mi ripetono che sono una prostituta, che sotto la copertura dei bolani cerco clienti. Devo sopportare tutto questo, non mi faccio colpire dalle loro parole e dai loro gesti, non li ascolto. Cambio ogni giorno strada. Ogni giorno cucino di nuovo i bolani, che mi hanno rubato. Se dovessi restare chiusa in casa, come vogliono loro, moriremmo tutti di fame».
Sopravvivere è il primo dovere. Per le donne afghane c’è posto per altri pensieri?
Antonio Losito








