
Nel 2016 il trattato firmato tra Unione Europea e Turchia stabiliva che le frontiere dell’UE erano chiuse per tutti quelli che scappavano dal mondo dell’est.
Soprattutto dalla guerra siriana e adesso anche dall’Afghanistan.
Tutti collocati e parcheggiati in campi di identificazione e di accoglienza.

Uno dei posti più conosciuti, un cosiddetto hotspot, è sicuramente quello di Moria, nell’isola di Lesbo.
Si può evadere e arrivare in Grecia, ma i controlli sono insormontabili.
Per vedere accolte o respinte le proprie richieste di asilo politico dall’Unione Europea, i migranti aspettano mesi, talvolta anni. Un girone dell’inferno dantesco.
Per questo Papa Francesco è stato su quell’isola. Ha visitato i luoghi. Una situazione allarmante.
Ha alzato i toni e con voce ferma ha scosso la sensibilità degli Stati Europei, affinché da loro giungesse «una risposta di solidarietà, compassione, generosità e un immediato ed effettivo impegno di risorse».
Parole che hanno avuto un esito timidamente positivo. Sono stati aperti con molta fatica corridoi umanitari.

Sull’isola sono presenti diverse associazioni umanitarie.
Mina Vernasidis svolge attività di volontariato. Si occupa della casa d’accoglienza “Il sogno di Giuseppe” e con gli occhi lucidi racconta di
«un’esperienza umana devastante, ma cristianamente forte. Non mi aspettavo di trovare quello che ho visto, è una prigione a cielo aperto sotto lo sguardo indifferente, se non complice, della mia patria, l’Europa».
Si sposta ogni giorno per incontrare i profughi.

Alcune famiglie vivono fuori dal campo.
«Ci siamo sentiti tutti letteralmente impotenti di fronte alle mille esigenze di questi fratelli. Situazioni di disagio e difficoltà ad ogni racconto. Nel campo, fatto di tende, posto su una scogliera, è fuoco d’estate e gelo d’inverno. La corrente elettrica viene somministrata per tre ore al giorno. Penso alle esigenze basilari, all’igiene, alle stufe, al frigorifero, al latte per i neonati: quelle povere madri come lo potranno mai preparare?».
I migranti raccontano cose terrificanti. Prima di decidere di lasciare la terra e gli affetti vivevano malissimo, ma adesso è un incubo e la vita all’interno del campo è disumana. Mancanza assoluta di adeguata assistenza sanitaria. Il cibo, abitualmente scarso, è di qualità notevolmente pessima.
Le condizioni di sicurezza sono assenti, né ci sono scuole per bambini.
È completamente assente quel desiderio umano di intravedere una speranza all’orizzonte.
Eppure ogni donna e ogni uomo nella propria vita tende verso la felicità, che da questo posto non si riesce a individuare.








