Le norme del governo, presentate come soluzione per rendere il processo più veloce e trasparente, sono una propaganda. Completamente non corrispondente al vero. L’elemento fondamentale, che in realtà è in gioco, è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si ha la volontà di velocizzare davvero i procedimenti in tribunale, si devono adottare altri strumenti: per esempio depenalizzare i cosiddetti “reati da cortile”, tutti quelli che si riferiscono a illeciti commessi in aree private come giardini, che la giurisprudenza configura come violazione di domicilio: gli accessi non autorizzati e loro pertinenze, o furto in abitazione e simili. Il convegno nazionale “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, fa un chiaro riferimento al dibattito politico-giuridico molto acceso in tutta Italia, relativo alla riforma costituzionale attuale, che ha stabilito la separazione tra magistratura giudicante (Giudici) e quella requirente (Pm).
Un tema molto caldo, già discusso in moltissimi eventi. Il dibattito verte anche sulla legge relativa alla sicurezza. Ci si chiede sempre se è in linea con i principi costituzionali. Posizioni diverse, che vedono la separazione come necessaria per l’indipendenza e altre che paventano l’influenza politica, legata alla gestione della magistratura, senza interferire nella trasparenza dei processi.
La “Riforma Costituzionale”, che è stata approvata, modifica l’art. 102 della Costituzione e introduce la separazione delle carriere. Un significativo cambiamento per il nostro complesso ordinamento giudiziario.
La “Legge Sicurezza” si riferisce a un pacchetto di leggi che, in parallelo alla riforma della magistratura, hanno avuto un impatto sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Il dibattito è aperto e si articola su come queste novità si interfacciano e si integrano con l’idea costituzionale della giustizia.
L’ANPI nel recente convegno ha espresso un convinto sostegno al No per il referendum, citando figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sono, inoltre, chiari ed evidenti i rischi della politicizzazione. La possibile cattiva gestione è accompagnata dal timore che la riforma possa aprire la porta a condizionamenti ministeriali sui PM.
È evidente la percezione di una potenziale minaccia all’autonomia e all’imparzialità della magistratura, perché metterebbe in discussione il rispetto dei principi fondamentali di giustizia sanciti dalla Costituzione.
La domanda sollevata dal convegno dell’ANPI vuole chiaramente sottolineare che questa riforma non rispetta nel suo complesso i principi costituzionali di indipendenza e di unitarietà della magistratura, perché pone le basi per una giustizia controllabile dal potere politico. Non più “costituzionale”.
Antonio Losito