
COMUNICATO DEGLI AMICI DEL GRUPPO DI PREGHIERA
“DON SALVATORE CARBONARA”
La Giunta Comunale di Monopoli, presieduta dal sindaco Angelo Annese, ha avviato l’iter per l’intitolazione di due nuove vie cittadine.
Con Delibera di Giunta n. 44 del 10 marzo 2022 è stata proposta l’intitolazione a Don Tonino Bello (1935-1993) e Mons. Antonio D’Erchia (1911-1997) della nuova viabilità comunale carrabile prevista da progetto tra Via Nicola Lagravinese e Via Luigi Capitanio nell’ambito del Pue A2.
L’esecutivo ha voluto omaggiare due vescovi di Puglia che hanno segnato la storia del novecento, nel rispetto dell’art. 9 del Regolamento sulla Toponomastica approvato con Delibera di Consiglio Comunale n. 24 del 17 maggio 2017 secondo il quale “i nuovi nomi da assegnare, nel rispetto della normativa vigente, dovranno essere testimonianza dello sviluppo materiale e civile, legato a fatti, personaggi ed avvenimenti sociali, culturali e politici della storia cittadina, nazionale e internazionale”.

Recita così, come è noto, il comunicato stampa n.5383 del Comune di Monopoli in data 17 marzo 2022 che annuncia appunto la intitolazione di due strade ai due vescovi pugliesi, secondo una legge che risale al 1927, la 1188, firmata da Mussolini e Vittorio Emanuele III che regola appunto la questione della toponomastica.
Considerazioni.
Mentre è noto che la titolazione a mons. D’Erchia viene fatta risalire ad una richiesta espressa dell’attuale vescovo di Conversano-Monopoli, mons. Giuseppe Favale, meno chiara è l’origine dell’altra titolazione, anche se malignamente è possibile ipotizzare la stessa fonte.
Malignamente perché appare a tutti evidente la riserva mentale che vi si intravvede: mettere insieme due membri del clero così diversi fra loro, per sensibilità pastorale o per le “opere” da chiunque verificabili, sembra davvero essere un’operazione di clericale furbizia, tesa ad annullare le differenze (storiche ovviamente) e far accettare implicitamente nel complesso la bontà dell’operazione.
Mettendo probabilmente in imbarazzo anche il personale politico e amministrativo che a sua volta deve ingoiare scelte che forse potrebbe non condividere del tutto.
Basterebbe soltanto ricordare che il 25 novembre 2021 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di don Tonino Bello che è così diventato venerabile, con l’attivazione da parte della Congregazione delle cause dei santi del processo di beatificazione.
Mentre siamo in attesa di conoscere i segni che Antonio D’Erchia ha lasciato nella storia del Novecento monopolitano, sono ben più noti i segni che don Tonino Bello ha lasciato nella storia del Novecento ecclesiale italiano.
Si può tentare di considerare seriamente il contributo che il vescovo monopolitano ha dato allo sviluppo materiale e civile della nostra comunità cittadina? Perché di questo si tratta, del contributo che i due presuli hanno portato a Monopoli, dal momento che di Monopoli sono le strade, di Monopoli è l’Amministrazione comunale che ha deliberato, e di Monopoli sono coloro che in qualche modo si trovano a fare i dovuti conti con la questione.
E basterebbe il lapsus implicito in quel comunicato stampa, dove si scrive “don Tonino Bello e Mons. Antonio d’Erchia”: il primo denominato come uno del popolo, l’altro citato secondo la definizione ufficiale, anche se come è ovvio sono innegabilmente pari di grado e giurisdizione, vescovi entrambi, monsignori entrambi, (e perfino don Tonino entrambi…) anche se di territori diversi.
Paradossalmente, don Tonino Bello c’entra con Monopoli come via Garibaldi, oppure piazza Vittorio Emanuele, mentre il D’Erchia……bè, qui, le cose si complicano e non di poco.
Per il semplice motivo che egli ha avuto realmente a che fare con Monopoli, essendone stato appunto vescovo protagonista dal 1969 al 1987.
I fatti del 1986.
E soprattutto egli ha avuto a che fare con Monopoli in quel fatidico 1986, quando, nell’ambito di un progetto nazionale di riforma e accorpamento della distrettuazione diocesana, le diocesi di Monopoli e Conversano vennero unite dalla S. Sede, e mons. D’Erchia decise di risiedere a Conversano togliendo a Monopoli il privilegio della sede vescovile.
E’ ancora vivo il ricordo di quel periodo particolarmente agitato nella chiesa e nella società monopolitane, un’agitazione polemica intorno ad una decisione che qualcuno riuscì perfino a definire “scippo” e che coinvolse esponenti anche tradizionalmente moderati e poco propensi alla protesta.
Ma tant’è, scambiando forse obiettivi e strumenti, Monopoli visse un periodo di vera contestazione verso un accorpamento non del tutto accettato e soprattutto per un trasferimento di residenza episcopale che sembrava o si riteneva poco in linea con le tradizioni locali e offensiva della storia ecclesiale sempre locale.
Certo, ciascuna posizione aveva ragioni ritenute importanti, ma la Chiesa monopolitana non accettò di certo la decisione senza almeno provare a metterla in discussione. Fu tutto invano.
Non ha alcuna rilevanza oggi discutere sulle motivazioni che portarono alla scelta di definire Conversano-Monopoli la nuova diocesi e che soprattutto portarono alla scelta di Mons. D’Erchia di preferire la residenza conversanese.
Quel che conta è prendere atto che, pur nel rispetto del ruolo istituzionale, resta indubbio che tali decisioni furono a carico di Mons D’Erchia. E che l’episcopio monopolitano vuoto e adibito a sede certamente utile ma non più istituzionale, fu la conseguenza di tali decisioni.
Questo oggi, a distanza di più di trent’anni, può certamente dirsi un segno (molto negativo!) lasciato da mons. D’Erchia nella storia monopolitana!!!!
Ma non è tutto.
Rompendo una abitudine che aveva dato i suoi frutti che vedeva nomine episcopali al Sud di presuli di origine centro settentrionale (Gustavo Bianchi di Montepulciano, 1941-1951) e Carlo Ferrari (della provincia di Alessandria, 1952-1967), forse per una fraintesa valutazione del clero locale, dopo il Concilio, le nomine episcopali hanno riguardato esponenti del clero locale poco in linea con lo spirito conciliare, se non nella forma e in quella dimensione della continuità che resta ancora uno dei punti più controversi dell’interpretazione di quell’evento della chiesa universale che è stato appunto il Concilio Vaticano II.

D’Erchia (di Massafra, 1969-1987), Padovano (di Mola di Bari, 1987-2016) e lo stesso Giuseppe Favale (di Palagiano, 2016) rientrano in questo schema di nomine.
La particolare vicinanza al clima culturale del territorio di origine e di elezione rende questi episcopati particolarmente vincolati alle forme tradizionali più profonde, impedendo una lettura più dinamica della vita religiosa: cammino che in questi ultimi anni la chiesa italiana ha senza dubbio intrapreso.
In questo senso, vanno lette le difficoltà che mons. D’Erchia in primis, anche per motivi di precedenza, ha vissuto con alcune comunità parrocchiali di Conversano (famoso anche a livello nazionale fu il caso di don Vincenzo d’Aprile, conclusosi con atti ufficiali di censura, senza alcuna possibilità di chiarimenti) e qualche episodio registrato anche nella chiesa di Monopoli.
Vale la pena riportare che D’Erchia era solito autografare la sua dedica posta in calce alle foto ufficiali con queste parole: “Col Vescovo, col Papa, con Cristo…+Antonio D’Erchia”.
Il che la dice lunga del suo senso profondo di fedeltà istituzionale osservabile nella successione temporale delle citazioni.
L’interdetto del 1974.
“Ma se questo è fare il male, cosa sarà fare il bene”?
Nell’estate del 1974, molti di noi, avevano vissuto una intensa esperienza estiva di preghiera, studio biblico e accoglienza, presso la masseria Ottava Piccola, in quel di Fasano, insieme ad altri amici e compagni di Monopoli e tanti tantissimi nuovi amici, coetanei più o meno, provenienti da tutta Italia.
Fu un’esperienza del tutto particolare. Eravamo insieme a Gianni Novello, con la benedizione di don Salvatore Carbonara e di qualche altro sacerdote della diocesi.
Gianni Novello, un veneto impegnato in una personalissima ricerca di esperienza di Chiesa, con trascorsi anche a Taizé, la comunità monastica interconfessionale francese che da anni curava il progetto del Concilio dei giovani, con ovvi riferimenti al concilio Vaticano II, al protagonismo giovanile, tipico di quel periodo, e non ultimo alla ricerca di esperienze di comunità e dunque di chiesa che riuscissero a coniugare la portata soggettiva e quella comunitaria (o collettiva) dell’esperienza di fede e di impegno nel mondo.

L’estate era cominciata come sempre: campi scuola, mare, e poi Ottava Piccola nel Comune di Fasano..
Preghiere, canti, riflessioni bibliche, messa e poi ancora riflessioni comunitarie su temi biblici, ma anche sugli eventi storici intorno a noi.
All’inizio di settembre arrivò la scure dell’interdetto episcopale su quel luogo che era di fatto di proprietà e di competenza canonica.
Il vescovo D’Erchia aveva deciso che tale esperienza andava sospesa e chiusa invitando tutti coloro che erano coinvolti a non frequentare più quel luogo e in quella maniera.
La promiscuità, il mancato rispetto delle tradizionali forme liturgiche, il non aver ufficialmente fatto richiesta all’autorità ecclesiastica di un permesso per l’iniziativa, e infine le voci che circolavano sulla discutibile convivenza giovanile erano ragioni sufficienti per il Vescovo D’Erchia per emanare quel decreto di interdetto sul luogo e di conseguenza intimarne la chiusura della esperienza.
In realtà, era per noi la continuazione di un’esperienza che sempre d’estate avevamo cominciato a fare in quel di Mottola, nelle campagne assolate della Murgia bassa, qualche anno prima: vivendo insieme, mettendo in comune vita, pensieri e azioni liturgiche e non, grazie sempre all’iniziativa di don Salvatore e alla generosità di alcune famiglie della diocesi.
Il modello era quello della fraternità dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld (la cui canonizzazione è stata celebrata il 15 maggio 2022): lavoro al mattino, preghiera e incontri al pomeriggio, intervallati dalla recita delle Ore e dalla messa.
Erano tempi di vera ricerca di autenticità nella chiesa e nella vita di fede, specie per dei giovani che pur rimanendo fedeli alle tradizioni dei genitori e dei nonni (e delle nonne) in realtà cercavano modi diversi di vivere la serietà dell’impegno.

Su questa esperienza di Ottava Piccola, cadde appunto la scure della censura di mons. D’Erchia.
Vale la pena riportare un passo della sua lettera ufficiale indirizzata il 4 settembre del 1974 proprio a Gianni Novello.

Da apprezzare la onestà intellettuale del vescovo il quale fa esplicito riferimento a orientamenti pastorali “da noi” perseguiti, personalizzando in modo chiaro la sua azione di governo episcopale ma poco mostrando e dimostrando la effettiva illiceità della esperienza, e non spiegando i motivi dunque dell’interdetto, se non la “semplice” lontananza dai propri orientamenti pastorali.
Cioè, quali? In cosa si sbagliava? In base a quale articolo del codice di diritto canonico, e via dicendo? Abbiamo invano cercato di capire quale male presunto avevamo vissuto ad Ottava Piccola, secondo mons.D’Erchia.
Nessuno contesta il diritto del vescovo di agire come meglio crede, ma ci si sarebbe aspettata almeno una spiegazione, un incontro davvero pastorale per spiegare e condividere ragioni e motivare decisioni.
Ma ormai il passato è andato. Quello che fa specie è pensare alla decisione di titolare una strada senza tener conto della storia complessiva e non soltanto delle relazioni amicali o delle affinità territoriali.
Certo, il nome di una strada non si nega a nessuno, e in fondo, rispetto al giudizio della storia, tutto diventa relativo. Ma non sarebbe male riprendere ad esercitare quella speciale caratteristica dell’essere umano: la consapevolezza dei propri limiti che ci aiuta ad evitare di fare scelte assolutamente inopportune.
GRUPPO DI PREGHIERA DI DON SALVATORE CARBONARA (anni ’70)
ACHILLE MIRIZIO
Docente di Storia Chiesa Università di Siena. Presidente Istituto Storico Diocesano.
GIOVANNI CARBONARA
Capo unità operativa ENEL- Monopoli.
MINO CARBONARA
Funzionario ENAV Ente Voli Aeroporto Brindisi.
LAURA VALENTI
Docente di Scuola Elementare – Monopoli.
LAURA MIRIZIO
Operatrice dei Servizi Sociali – Monopoli.
Documento condiviso da tanti altri, tra cui i coniugi Angelo Papio e Mariangela Mastronardi.
DON VINCENZO D’APRILE, IL PRETE SCOMODO E SCOMUNICATO.
I FATTI DEL 1970 DA UN DOCUMENTO DEL 2010, A 40 ANNI.

Come un prete che non dice messa. Non è solo una similitudine popolare un po’ logora.
Per don Vincenzo D’Aprile fu un paradosso vissuto sulla sua pelle, anzi sulla sua tonaca. E non per volontà sua, né del Signore. Piuttosto di un monsignore.
Nel 1970 il vescovo Antonio D’Erchia gli vietò di celebrare la messa nella sua parrocchia di Maria Santissima del Carmine a Conversano. Il divieto si estese poi all’intera diocesi. Prima della sospensione a divinis, gli fu concesso di officiare il rito senza omelia.
Tra questo «prete scomodo» e la sua piccola comunità di fedeli l’autorità ecclesiastica alzò un muro. Ma i conversanesi l’11 maggio di quell’anno scesero in strada e assediarono la sede del vescovo a sostegno di don Vincenzo.
Questa sera ( 31 gennaio 2010) i suoi concittadini si riuniranno alle 20.30 in piazza XX Settembre per ricordare la «rivolta di Conversano» attraverso proiezioni e letture delle testimonianze dei protagonisti di allora.
In mezzo a loro, come quarant’anni fa, non ci sarà l’ex parroco, che intervenne a placare gli animi evitando che la ribellione degenerasse.
Oggi D’Aprile, che all’epoca dei fatti aveva 31 anni, non è più un rappresentante della chiesa. E’ sposato e ha figli. Ha realizzato una delle sue aspirazioni: farsi una famiglia.
Ma sperò di farlo senza l’obbligo di rinunciare ai voti. La sua idea che non fosse l’abito della castità a fare il monaco urtò il vescovo. «Se il Signore mi farà conoscere in un prossimo futuro una ragazza – scriveva a D’Erchia – non esiterò a chiedere la dispensa alla promessa del celibato».
L’abiura del sacerdozio non ha impedito a D’Aprile di coltivare la sua vocazione al magistero. Nella sua vita secolare ha insegnato pedagogia prima della pensione. Ora non vuole scalfire la sua serenità rievocando una vicenda che lo ha marchiato a fuoco. Ma si lascia andare a una confessione: «Un interrogativo pongo ancora oggi alla Chiesa: perché? Nessuno mi ha mai spiegato la ragione della mia sospensione. L’ho chiesto infinite volte.
E’ questa la chiesa del dialogo?». Nel dicembre del 1970 l’arcidiocesi di Bari, dove era stato trasferito, lo riabilitò all’esercizio delle sue funzioni. Ma a Conversano «il castigo di Dio» non celebrò mai più l’eucarestia.
«Mi fu vietato di avere contatti con il mio paese – dice -. Non potevo comunicare nemmeno con mio padre. La mia famiglia fu catechizzata con l’idea che io fossi il demonio». Persino alla sua chiesa fu messo il catenaccio.
A distanza di circa due anni e mezzo dal vade retro, l’allora arcivescovo di Bari, Enrico Nicodemo, gli diede il lieto quanto paradossale annuncio: «Non sei mai stato sospeso». Insomma le alte gerarchie avevano allontanato dal suo gregge il «cattivo» pastore senza un provvedimento scritto. Un silenzio formale figlio, si capisce, del clamore che la vicenda aveva provocato.
La stampa nazionale diede alle gesta del prete ribelle un grosso risalto. Uscirono articoli su testate come il Corriere della Sera, La Stampa, Il Tempo, Paese Sera, La Gazzetta del Mezzogiorno, L’Espresso, Famiglia Cristiana, Gente e Cronaca Vera.
Prima di Conversano la contestazione dentro la Chiesa, sull’onda del Concilio Vaticano II prima e del Sessantotto poi, aveva prodotto la formazione di comunità cristiane di base come l’Isolotto di Firenze.
Anche la cittadina del Sud-Est barese conobbe per qualche tempo un’esperienza simile.
La gente era attratta dal modo insolito di don Vincenzo di celebrare e vivere il Vangelo.
Per le alte sfere era un «povero diavolo», perché predicava la messa a costo zero per i fedeli. La «chiesa dei poveri» contro quella dei potenti.

Ecco perché in suo favore 8.500 conversanesi, circa la metà della popolazione locale dell’epoca, firmarono una petizione. Ed ecco perché la mattina dell’11 maggio 1970 una folla inferocita circondò l’episcopio. Una porta sfondata, vasi di fiori rotolati per le scale, sedie lanciate nel cortile. Tutto qui il bilancio dei disordini. Una donna rubò un pacco di caramelle in una delle stanze del vescovo e in segno di scherno verso sua eccellenza le lanciò alla folla.
L’episodio divenne un po’ il simbolo della contestazione.

Ma la «rivolta delle caramelle» mandò a processo a Bari 48 manifestanti. Otto le condanne, tutte con la condizionale. Gianluigi Rotunno, consigliere comunale, tra gli ideatori della commemorazione di oggi, quel giorno usciva da scuola: «Ricordo che la gente inveiva contro la macchina del vescovo».
Angela Candela, presidentessa dell’associazione Demos, responsabile dell’organizzazione, spiega perché la data scelta non è stata l’11 maggio: «Abbiamo preferito un giorno qualunque perché l’esempio di don Vincenzo valga per sempre».
Ma intanto il diretto interessato, don Vincenzo D’Aprile, fa mea culpa: «Mi pento di aver obbedito ciecamente ai miei superiori abbandonando la mia gente».
VESCOVO ANTONIO D’ERCHIA (1969-1987)
Nato a Massafra il 14 maggio 1911, è ordinato sacerdote il 31dicembre 1933.
Prelato nullius di Altamura e Acquaviva delle Fonti dal 1962 al 1975, Amministratore Apostolico di Conversano dal 1964 al 1970, Vescovo di Monopoli dal 29 giugno 1969.
Il 21 gennaio 1970 la diocesi di Conversano è associata a quella di Monopoli.
Nel 1970, a Conversano, il giovane parroco della Chiesa del Carmine, don Vincenzo D’Aprile, seguendo i principi innovatori del Concilio Vaticano II e sull’esempio dell’esperienza di don Mazzi della comunità fiorentina dell’Isolotto, attua pratiche religiose seguite da migliaia di fedeli, ma non condivise dalla gerarchia ecclesiale più conservatrice.

Il Vescovo D’Erchia emana il provvedimento di espulsione per il parroco, suscitando la protesta popolare, con vasta eco in tutta Italia.
Il 30 settembre 1986, con decreto della Santa Sede, le due diocesi di Conversano e di Monopoli sono unificate con sede episcopale a Conversano e con la denominazione di Diocesi di Conversano-Monopoli.
Contro la decisione, il clero, in primo don Vincenzo Muolo, rettore della Cattedrale, e i cittadini di Monopoli esprimono una ferma protesta con pubbliche manifestazioni e critiche dirette al Vescovo D’Erchia, per non aver difeso sufficientemente gli interessi di Monopoli.
Muore a Massafra il 16 ottobre 1997.








Gent.le direttore e gentili firmatari,
dire che sono pienamente d’accordo con la vostra posizione ed elencazione dei fatti può essere banale perchè fatta da un monopolitano “espatriato” e che nasce solo nel 1960 e che è stato testimone solo di una parte delle storie descritte.
Voglio solo mettere a fattor comune un mio personale ricordo.
Monsignor Carlo Ferrari era solito quando tornava a Monopoli, una volta andato via per Mantova, risiedere presso la campagna dei miei nonni.
Ricordo con gran piacere tutti i fedeli ed amici che venivano a trovare il vescovo straniero, dagli occhi celesti e vispi, sportivo e schietto che era un promotore del cambiamento promosso dal Concilio Vaticano II.
Tra questi un pomeriggio c’erano Angelo Menga, Don Salvatore (anche quando era a Fasano…) e altre signore e la discussione cadde sulle posizioni assunte dal Mons. d’Erchia nella diocesi (non ricordo i particolari) e alle sollecitazioni Mons. Carlo Ferrari ebbe un gesto di stizza e diede uno schiaffetto affettuoso a don Salvatore (lo ricordo benissimo…) e gli disse di stare attento a parlare ma poi sorridendo lo invitò a non cambiare mai e ad aspettare sperando nei cambiamenti.
Purtroppo la storia non ha portato i cambiamenti sperati …..!!
Complimenti ancora per la ricostruzione di una pagina “grigia” della storia di Monopoli.
Beppe Giamporcari
La ringrazio. Ho pubblicato il suo commento.
Distinti saluti
Prof. Stefano Carbonara
3384591147
Mi chiamo Mino Carbonara e sono tra i firmatari dell’articolo. Volevo esprimere alcune considerazioni circa gli interventi che stanno arrivando sulla pagina facebook in quanto non un account su tale social. Intanto devo dire che mi aspettavo una risposta così corale di condivisione a quanto da noi denunciato. Tra le poche note contrarie quelle del giornalista e scrittore Mimmo Muolo. Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma la nostra esposizione ed il giudizio sul D’Erchia vengono da una delle tante storie vissute nelle quali il vescovo ha imposto senza alcun confronto il suo diktat. Mi stupisce che Muolo dica di conoscere i fatti e di averli vissuti. Di certo non ha vissuto i fatti da noi raccontati perché nel 1972 lui aveva 9 anni. Può averli conosciuti, tutt’al più, in seguito su testimonianza o su ricerca. Allora qui si innesca il dubbio che abbia sentito solo le voci più curiali della diocesi, perché posso rassicurarlo con prove in mio possesso che il dissenso nel collegio presbiteriale sull’operato di mons. D’Erchia era piuttosto ampio. Detengo una bozza di lettera inviata ad una Eminenza romana in cui si denuncia lo scollamento in atto in quegli anni del collegio presbiterale dovuta alla mancanza di unità e di indirizzo teologico-pastorale nella diocesi. Con la stessa si denuncia, la sua incapacità di comprendere, alla luce del Concilio Vaticano II, soprattutto le istanze post-conciliari del mondo giovanile. Per tutto ciò si chiedeva l’invio di un Visitatore Apostolico che si facesse garante delle richieste di ascolto e chiarificazione con il D’Erchia da parte del clero. La stessa lettera afferma che nell’aprile del 1972 era pervenuta nelle mani del Papa un esposto firmato da 17 preti della diocesi, e che rigirato al vescovo, non ebbe alcun seguito. Il dott. Muolo nel suo intervento ha usato una infelice espressione liquidando come 68ine le istanze di rinnovamento di quegli anni del mondo giovanile. I firmatari della lettera, sono ex giovani di Monopoli, Fasano, Brindisi e di tanti comuni limitrofi, legati da una storia che affonda le sue origini nei fermenti post conciliari quando, da giovani quali erano, vivevano alla costante ricerca dei segni e degli spazi in cui si realizzavano progetti di primavera della Chiesa. Tante esperienze, tanti protagonisti di quegli anni conosciuti e frequentati. Ciò che più segnò e sedimentò nelle nostre coscienze furono la spiritualità di Charles De Foucauld e l’ecumenismo di Taizé con il suo messaggio di assunzione di responsabilità verso la pace e la riconciliazione. Tutto finì con la mannaia del nostro monsignore. Al dott. Muolo, in attesa come tanti di conoscere le cose buone di mons. D’Erchia, regalo una chicca ed è quella che anche i vescovi dicono le bugie…La sua lettera del 7 settembre 1974, indirizzata ai presbiteri della diocesi con cui comunicava l’interdetto a Gianni Novello dice espressamente:
…dopo consultazioni e ricerche presso persone e istituzioni competenti non escluso il Priore della comunità di Taizè…
La lettera autografa di frère Roger datata, si noti bene, 14 dicembre 1974, recita:
Monsignore,
ora che mi trovo a Roma, posso, per la prima volta, leggere il testo della lettera ai preti della Sua diocesi concernente Gianni Novello, di tale lettera, finora, ne avevo solo sentito parlare e non avevo potuto ottenerla a causa degli scioperi delle poste in Francia.
In tale lettera mi vengono attribuite delle informazioni su di Gianni. Eppure, Lei ben sa che non sono mai stato consultato né da Lei né da altri a questo proposito, né direttamente né indirettamente….
Abbiamo commesso probabilmente un errore a non indicare la residenza dei firmatari, che sarebbero stati molto di più se solo avessimo avuto il tempo per rintracciare in tutta la penisola le centinaia di giovani che hanno vissuto con noi l’esperienza di Ottava Piccola. Il dott. Muolo avrebbe evitato quel giudizio frettoloso sull’ideologia dell’iniziativa. Poiché risiedo da sempre a Brindisi, la circostanza che nel comune di Monopoli ci sia una via titolata ad un efferato e sanguinario generale risorgimentale, e oggi una via ad un vescovo che dice le bugie (…tanto…di peccato veniale si tratta…), non mi sconvolge più di tanto, mi premeva solo raccontare fatti che io ho vissuto in prima persona.
Mino Carbonara
P.S. I documenti in mio possesso provengono dall’archivio di mio zio, don Salvatore Carbonara che fu presbitero della diocesi Conversano-Monopoli. I carteggi tra il vescovo e gli attori di tutta la vicenda sono atti ufficiali della stessa diocesi.