16 marzo 1978. Agguato in Via Fani.
Sono passati quasi quarantacinque anni dal ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.
In via Caetani a Roma, a metà strada tra Palazzo del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano.
Quella Renault rossa, attorniata da giornalisti e passanti insieme ai poliziotti, è una immagine destinata a rimanere nella memoria di tutti.
È la rappresentazione visiva di uno dei momenti più neri e più cupi della storia della Repubblica Italiana.
Ha gettato una lunga ombra di terribile desolazione su tutti gli anni trascorsi e su quelli che ancora verranno.
A tanti anni di distanza, oggi, si intreccia e si ripropone quell’interrogativo destinato a rimanere senza risposta. Una domanda disattesa.
“Quale sarebbe stato il futuro del nostro Paese se lungo al sua strada non fosse stato violentemente gettato il cadavere dello statista democristiano”.
Le ipotesi si intrecciano e attendono ancora risposte.
La verità.
Non soltanto sulla dinamica degli avvenimenti, ma soprattutto sulla matrice di quell’orrendo delitto.
Un crimine, che pesa sulla coscienza dei suoi protagonisti e dei mandanti dell’assassinio di Aldo Moro.
Quale il significato politico del delitto Moro?
La chiara intenzione di bloccare un processo e declassificarlo definitivamente. Un lungo progetto partito dalla “strategia dell’attenzione”.
Siamo alla fine degli anni 60.
Successivamente lo statista democristiano accolse l’unità nazionale e l’accordo di governo tra la Dc e il Pci di Enrico Berlinguer.
Con tutte le cautele imposte da veti numerosi. Provenienti dall’interno del Paese e dall’estero.
Un passaggio necessario.
Nella direzione di una reciproca legittimazione.
Porre le basi e le fondamenta per la fine del sistema politico “bloccato”.
Avviare la “terza fase”.
Quella dell’alternanza al governo di forze politiche di ispirazione diversa, nel quadro degli equilibri internazionali esistenti e nel rigoroso rispetto della democrazia.
Moro aveva già vissuto una esperienza simile, anche se in termini differenti.
L’apertura a sinistra all’inizio degli anni 60, aveva creato le condizioni per guidare nel 1963 il primo governo di centro sinistra organico.
In quel periodo, l’alleanza con il Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni aveva incontrato contrarietà profonde.
Tale da rasentare esplicite ostilità negli ambienti politici americani. Pretestuosamente preoccupati, perché consideravano i socialisti come il “cavallo di Troia” per aprire la strada al Partito Comunista Italiano e quindi accedere, di fatto e di diritto, al governo dell’Italia.
Non accenniamo a quella parte delle gerarchie del Vaticano, nonostante le coraggiose aperture di Papa Giovanni XXIII.
Né menzioniamo quell’area politica che partiva da una minoranza della Democrazia Cristiane e finiva al partito neofascista.







