“Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla”
Nata ad Ancona il 3 ottobre 1915, morta nel lager di Auschwitz (Polonia) il 15 luglio 1943. Aveva 27 anni.
«Figlia minore di Pietro Nenni, sposò giovanissima il cittadino francese Henry Daubeuf». Bruna, slanciata, di una bellezza particolare e raffinata. «Col marito, dopo l’invasione tedesca della Francia, Vittoria entrò nella Resistenza. Nel 1942, la giovane donna fu arrestata dalla Gestapo con l’accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere, con Daubeuf, svolto, soprattutto negli ambienti universitari, “propaganda gollista antifrancese”. Vittoria fu deportata nel campo di Romainville. Il marito, con altri patrioti francesi, fu trucidato l’11 agosto 1942 nelle vicinanze di Parigi. A Mont Valerien una lapide ricorda l’eccidio. La figlia di Nenni fu deportata nel campo di sterminio nazista il 23 gennaio 1943. Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la sua nazionalità italiana, che era stata notata da un ufficiale di polizia, ma rifiutò. Dichiarò di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Ad Auschwitz, Vittoria Nenni (pur non essendo comunista e neppure iscritta al Partito socialista), si unì al gruppo dei comunisti francesi. Con loro condivise la durezza della deportazione e, ammalatasi gravemente (le autorità militari sovietiche, trovarono negli archivi del lager una scheda di Vittoria Daubeuf; i medici del campo avevano scritto che la deportata n° 31635 era deceduta per “influenza”), non sopravvisse. Sulla teca che ad Auschwitz ricorda Vittoria Nenni, sono scritte le sue ultime parole: “Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla”. Dopo la Liberazione, in Italia le strade di molti Comuni sono stata intitolate a questa vittima dei nazisti. Portano il nome di Vittoria Nenni pure asili d’infanzia e Sezioni del PSI. Nel 1988, le è stata dedicata anche la tessera del Partito socialista: riproduce uno struggente dipinto di Renato Guttuso».
Il suo testamento morale rappresenta un simbolo di coraggio, dignità e fermezza negli ideali antifascisti.
Il suo sacrificio è scolpito in una pietra d’inciampo dedicata a lei.
«VIVÀ, PER NON DIMENTICARE».
Sono le parole e il ricordo recente, venerdì scorso, della senatrice Liliana Segre. Ha riaperto il cassetto della memoria e commosso più di 4 milioni di italiani, che hanno seguito su Rai1 l’evento.
Il suo racconto vivo e straziante fa ritornare alla mente una storia conosciuta da pochissimi.
Quelle ultime parole di Vivà sono state riportate sulla targa ad Auschwitz.
Suo padre era Pietro Nenni, storico leader del Partito Socialista Italiano.
«Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore».
Anche questo è il Giorno della Memoria.
Antonio Losito






