Don Ignazio Indiveri e la coronazione della Madonna della Madia a Monopoli.
Tra la fine del 1730 e l’inizio del 1731, a pochi anni dalla posa della cornice e della corona imperiale d’argento al quadro della Madonna della Madia, un sogno che s’era realizzato per l’opera di don Giuseppe Termine custode della cappella, don Francesco Oronzo Francese, primicerio e teologo della cattedrale di Monopoli, ritornò a proporre ai suoi confratelli la coronazione della Madonna e del Bambino con le corone che venivano allora concesse dal capitolo di S. Pietro in Vaticano.
L’argomento era stato già trattato nella seduta del capitolo del 7 marzo 1724 per iniziativa dell’allora procuratore generale don Giacomo Formica che aveva prospettato la possibilità di richiedere e ricevere le corone dal Vaticano; ma l’idea, sebbene accettata, non ebbe seguito.
L’invito di don Francesco Oronzo Francese invece ebbe più fortuna perché fu ben accolto da un capitolo del quale vogliamo ricordare, fra i tanti, alcuni componenti: Agnello Garrappa, dottore di legge civile e canonica e primicerio; Vito Antonio Calabria, dottore e maestro di teologia e professore di diritto civile e canonico; Giuseppe Termine, professore di teologia; Giuseppe Galderisi, professore di diritto civile e canonico; Giovanni Antonio Marzolla e Marco Antonio Brescia, professori di teologia; Francesco Paolo Risi, dottor di leggi ed Ignazio Indiveri, primicerio e professore di teologia nel seminario.
Indiveri, incaricato dal capitolo, subito preparò una sua relazione al vescovo Sacchi nella quale rifaceva la storia dell’approdo del quadro e dei successivi avvenimenti e suggeriva al prelato il nome del primicerio Francese per il ruolo di giudice delegato all’istruttoria del processo per la coronazione della Madonna della Madia e quello del sacerdote Domenico Sarnelli per segretario.
Il 17 gennaio 1731 il vescovo mons. Giulio Antonio Sacchi subito firmò il decreto di nomina a giudice di don Francesco Oronzo Francese dotandolo della facoltà di raccogliere la documentazione sui miracoli operati dalla Madonna della Madia.
Sacchi, aristocratico, ricco, colto, uomo di mondo che era vissuto a Roma, a Barcellona, a Vienna, fu un vescovo generoso che seppe incoraggiare ogni iniziativa volta al rinnovamento della cattedrale in piena sintonia con don Giuseppe Termine, il custode della cappella della Madia che ebbe un ruolo determinante nel lungo cammino del capitolo verso la decisione di abbattere la costruzione romualdiana e di costruire una cattedrale nuova, ampia e luminosa per la quale Sacchi lasciò in eredità circa 8.000 ducati utilizzati poi per la nuova costruzione da un capitolo che ebbe larghezza di vedute, spiccate capacità organizzative e decisionali pure se in un contesto non privo di contrasti e difficoltà.
Accanto a questo prelato illuminato che nel suo testamento s’era augurato che la nuova cappella della Madia fosse quella progettata da Domenico Antonio Vaccaro, aveva lavorato, assieme agli altri capitolari, Ignazio Indiveri che con la sua attenta, precisa ed inappuntabile relazione già nominata, ha contribuito concretamente alla coronazione della Madonna, punto essenziale del vasto progetto di una nuova cattedrale.
L’opera di don Ignazio è stata narrata minutamente dal defunto sacerdote don Cosimo Tartarelli nel suo periodico “La Stella di Monopoli” e non volendo riproporre il suo scritto rimandiamo a lui chi vorrà averne diretta conoscenza.
Aggiungiamo al Tartarelli qualche nota biografica che forse potrà essere utile a chi vorrà approfondire l’argomento.
Da Giovanni Giacomo Indiveri e da Gennarina Turchiarulo il 27 luglio 1686 nasceva un figlio in parrocchia Sant’Angelo che fu battezzato il giorno successivo con i nomi di Francesco Paolo Ignazio che per tutti e per sempre sarà solo Ignazio.
Il 15 maggio 1704, a 18 anni, Ignazio entrò in seminario per studiare logica e qualche anno dopo, il 20 ottobre 1710, fu nominato ministro del seminario stesso cioè addetto alla amministrazione ed alla vigilanza sulla disciplina. Successivamente, il 18 ottobre 1717, fu nominato rettore del seminario per un triennio e poi, il il 18 ottobre 1720, confermato per altri tre anni.
Con l’arrivo di Sacchi a Monopoli, il 2 aprile 1724, subito si stabilì un buon rapporto tra il prelato ed Indiveri che nel 1737 partecipò al sinodo diocesano.
Mons. Sacchi vide appena il termine del processo informativo sull’antichità del culto e sui miracoli della Madonna della Madia terminato nel 1737 perché l’anno successivo morì; nel suo testamento lasciò due posate d’argento al primicerio don Ignazio Indiveri che qualche anno dopo, il 16 gennaio 1741, venne nominato dal capitolo componente della commissione per i lavori da farsi in cattedrale unitamente ai reverendi Leonardo Antonio Puteo, Giacomo Formica, Giacomo Antonio Marzolla ed ai canonici Guidotto Carbonelli e Francesco Paolo de Valeriis che era anche architetto.
L’entusiasmo, i timori, le speranze, i ripensamenti e i contrasti relativi ai lavori avevano occupato il pensiero di tutti ed anche il progetto della coronazione era stato sospeso in attesa che si arrivasse ad una decisione sul da farsi.
La decisione infine arrivò: il giorno 8 gennaio 1742 iniziò la demolizione della cattedrale di Romualdo che avrebbe dato il posto a quella nuova, ampia, luminosa e barocca, di un barocco gentile, delicato, misurato, fiorito.
Il nuovo tempio così era pronto ad accogliere la sacra immagine della Madia coronata per la quale, sul finire del 1768 s’era avviata la pratica per ottenere le corone dal capitolo di S. Pietro che il 15 gennaio 1769 accolse la richiesta e concesse le corone d’oro opere dell’argentiere Bartolomeo Boroni sul quale Zenaide Giunta di Roccagiovine ci informa ampiamente nel volume 12 del Dizionario Biografico deli Italiani (Treccani, 1971).
Bartolomeo Boroni, nato a Vicenza nel 1703, si trasferì a Roma fin dal 1725 dove fu a lungo argentiere dei palazzi apostolici durante il pontificato di Clemente XIII, di Clemente XIV e di Pio VI.
Fra le tante opere citate dalla Giunta di Roccagiovine, ricordiamo: una croce d’altare, sei candelieri in argento dorato e le statue in argento fuso rappresentanti gli apostoli che venivano esposte nella cappella Paolina ed un bellissimo ostensorio nella chiesa di S. Carlo ai Catinari. Anche due figli ed un nipote di Boroni furono argentieri.
Don Ignazio non potè vedere realizzato il sogno dell’incoronazione perché morì nel 1757 a tredici anni dal 1770 anno in cui, domenica primo luglio, il vescovo mons. Giuseppe Cacace consacrò la nuova cattedrale ed il successivo 8 luglio coronò la sacra immagine.
Il suo impegno e il suo lavoro però ne hanno alimentato il ricordo perché il nome Ignazio è ripetuto più volte in una famiglia che, forse, ha tratto il suo cognome dal toponimo Indovero, piccolo centro lombardo, che dopo tante mutazioni si è stabilizzato nell’attuale forma Indiveri.
Gli Indiveri, che nei secoli e fino ai nostri giorni hanno espresso diversi notai, sono presenti a Monopoli, Alberobello, Fasano, Polignano a Mare, Grottaglie, Squinzano, a Napoli e nelle Americhe.


















Quanta polvere su avvenimenti che meritavano miglior sorte e sulle nobili figure eccessivamente ignorate dalla nostra storia…grazie professore…