Gli anni 1860 -1861

L’11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, partito da Quarto in Liguria con i suoi mille volontari, sbarca a Marsala, mentre navi inglesi incrociano intorno alla Sicilia, e avvia la conquista dell’isola anche con il sostegno di picciotti.
Francesco II, messo in allarme, tenta di fare un gran colpo politico con la promessa della Costituzione, che risulta tardiva e poco affidabile.
Monopoli, seconda dopo Altamura, rompe subito gli indugi e insorge al grido di “Italia e Vittorio Emanuele” e nel luglio 1860, quando Garibaldi è ancora in Sicilia, sfidando il re Borbone e le sue truppe, dichiara la sua adesione all’iniziativa garibaldina.
Nell’agosto 1860 l‘Intendente, in un dispaccio al Comandante della Guardia Nazionale cittadina, lamenta che a Monopoli erano state tolte le armi ai posti della dogana, si invita a restituirle e a ritirare i fucili giunti da Napoli.
L’adesione al nuovo regime di Garibaldi diviene ufficiale il 2 settembre 1860, giorno in cui la città si dichiara libera dal dominio borbonico con la proclamazione di un governo provvisorio affidato a Federico Indelli, Vitantonio Marzolla e Flaminio Valenti, con Tommaso Palmisani segretario.
L’annuncio viene proclamato alla presenza del popolo e del l’intero Battaglione della Guardia Nazionale, nuovamente ricostituita dopo lo scioglimento del ’48, al comando del capitano maggiore Nicola Andriani e del comandante Angelo D’Erchia. Andriani è il primo a gridare “Viva Vittorio Emanuele”, quando vede sventolare dal balcone del palazzo di città il Tricolore.
Viene nominato sindaco il medico Francesco Valenti, fratello del canonico Flaminio.
I componenti del governo provvisorio, insieme con gli altri patrioti della provincia, auspicano il propagarsi dell’insurrezione, avendo come meta Bari.
In base alle direttive arrivate dal governo dittatoriale garibaldino, il primo atto della giunta del nuovo governo municipale, presieduto dal sindaco Valenti, è l’abolizione del dazio sullo sfarinato e la riduzione del prezzo del sale da 8 grana al rotolo a 6, poi portato a 4.
Il provvedimento è accolto con gioia dalla popolazione, che vive in una penosa miseria, resa più grave dalla lunga siccità del 1860, che ha compromesso il raccolto delle olive, risorsa base dell’economia locale.
Garibaldi, intanto, passa in Calabria e procede a grandi passi verso Napoli.
Francesco II, per il pericolo incombente, il 6 settembre 1860 lascia Napoli per Gaeta, dopo aver lanciato un proclama in cui invita i cittadini alla calma e alla concordia, in vista dell’imminente guerra.
Nell’esercito di Garibaldi sono arruolati diversi giovani monopolitani.
Tra loro Saverio Giangrande, che partecipa alla battaglia del Volturno (poi sarà esattore del dazio, decurione e assessore nel 1868), Salvatore Comes, Stefano Giliberti, Pietro Montanaro di Angelo, Giovanni Longo di Giacomo, Vito Brescia (bisnonno materno di Stefano Carbonara, detto Vetodde u tammorre, perchè suona il tamburo nella banda dei garibaldini e sarà guardia municipale nel 1889).

Fra quelli che incrociano la loro esistenza con l’eroe dei due mondi ci sarà anche il dott. Ferdinando Palasciano (figlio del monopolitano Pietro), che lo curerà, ma in un altro momento, quando la meta da liberare è Roma.
Ora si tratta di espugnare definitivamente il regno borbonico.
Il 7 settembre 1860 Garibaldi entra a Napoli, dove gli vengono tributate accoglienze trionfali, ed instaura un governo di ispirazione unitaria e conciliativa con i moderati.
Il monopolitano Luigi Indelli, brillante magistrato, è segretario dello stesso Garibaldi. In contrasto con la repressione liberticida, aggravatasi nell’ultimo decennio, esplode la voglia di riscossa anche nei ceti popolari.

Con le credenziali di Garibaldi, è arrivato in Puglia ad Altamura il colonnello molfettese Liborio Romano (da non confondersi con l’omonimo giurista originario del leccese, su cui aleggia un giudizio di opportunismo politico, per le cariche ricoperte nel governo borbonico) per promuovere una rivolta in sostegno dell’unificazione italiana nel nome di Vittorio Emanuele.
Il colonnello muove alla volta di Bari, a capo dei volontari, tra cui Flaminio Valenti, Francesco Valenti, Nicola Andriani, Vincenzo Rogadeo.
Il regime borbonico crolla senza spargimento di sangue il 5 settembre; il governo provvisorio si trasferisce da Altamura a Bari e vi si insedia il 9 settembre, dopo accese discussioni e resistenze di alcuni baresi.
Ne fanno parte Liborio Romano, Luigi De Laurentis, Vincenzo Rogadeo, Ottavio Serena, Angelo Recchia, Vincenzo Melodia, Pasquale Chicoli, Giuseppe Favia, Nicola Guarnieri e il monopolitano Flaminio Valenti.
A Monopoli, in questi giorni, si verifica l’episodio che vede protagonisti alcuni intraprendenti artieri, tra i quali Giuseppe e Nicola Maffei, Giuseppe e Clemente Nardelli, Antonio e Giuseppe Genga, Giuseppe e Nicola Allegretti.
Alcune spie li accusano di aver cantato nella notte canzoni patriottiche e di aver tentato di far salire l’odiato giudice Timmonelli su un asino, lanciandogli broccoli. Per evitare rivolte, Nicola Andriani, capitano della Guardia Nazionale, aiuta il giudice a lasciare la città nottetempo in una vettura chiusa.
Il Governatore della Provincia di Bari, Vincenzo Rogadeo, nel settembre 1860 rivolge un proclama ai Sindaci della Provincia, esortandoli ad assumere la guida del paese e del popolo sulla via della giustizia e della verità. I sacerdoti sono invitati a informare i fedeli dei vantaggi che l’unità e l’indipendenza apporterebbero ai cittadini.
In esecuzione dei decreti emanati da Garibaldi, Dittatore di Napoli, per il 21 ottobre 1860 viene indetto un Plebiscito per ratificare l’annessione del regno delle Due Sicilie al Piemonte.
Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e i suoi legittimi discendenti? È questo il quesito proposto.
Il Rogadeo assume il governo della provincia e organizza i Plebisciti.

A Monopoli, l’11 ottobre, il sindaco Francesco Valenti annuncia l’evento con un proclama, che viene diffuso tra i cittadini e tra gli abitanti delle campagne, nel quale si afferma che l’ora di costituire la nazione è suonata, l’Italia ormai sarà degli Italiani ed è compito del popolo concorrere a renderla una e forte.
Alle sette del mattino del 21 ottobre il sindaco Valenti entra nella chiesa di S. Francesco e assume la presidenza del seggio perché si proceda all’atto solenne della votazione del popolo.
I cittadini aventi diritto al voto sono 6.112, su una popolazione di 17.505 abitanti.

Sono solo uomini, quelli censiti nella lista degli elettori predisposta da una apposita commissione consiliare. Le operazioni di voto si svolgono davanti al sindaco Francesco Valenti, la Giunta e tutti i Decurioni e alla presenza del comandante della Guardia Nazionale, Angelo D’Erchia.
Ogni elettore mostra il documento di identità e il certificato per il diritto al voto rilasciato dal sindaco, passa tra due file di guardie nazionali, arriva davanti all’altare, dove su una panca, a parecchi piedi di distanza tra loro, ci sono tre urne.
Quella a destra contiene le schede con il SI, l’altra a sinistra quelle con il NO, al centro una vuota dove si deposita la scheda votata, prelevata sotto lo sguardo dei presenti.
Potendosi identificare l’elettore e osservare la sua scelta, è evidente che non si tratta di un voto segreto né pienamente libero.
Si vota fino alle cinque di sera, tra la gioia unanime del popolo, il giubilo universale e le grida di “Viva Vittorio Emanuele Re Costituzionale” come, con una certa esaltazione, riporta il verbale.
Estratto del verbale con i risultati della votazione per il Plebiscito del 21 ottobre 1860: schede con il SI 5.670. Nessun NO.


Il clero si mostra inizialmente ostile alla votazione.
Il sacerdote Alessio Argento, parroco della cattedrale, con tutta la Curia, è d’accordo sulla non partecipazione al Plebiscito.
Quando il vescovo Federico Tolimieri manda la sua adesione si accoda anche il parroco Argento.
Tutti in seguito si pentono della scelta e chiedono perdono al papa.
Si aspetta l’arrivo dei Padri della Missione (Ordine dei Vincenziani), ma tardano ad arrivare. Il popolo si dirige verso il convento di S. Domenico (attuale caserma dei Carabinieri), dove sono insediati dal 1818 per volere delle autorità borboniche.
Sono insistentemente invitati ad andare a votare, dato che, se il voto è libero, la votazione è però obbligatoria.
Inutilmente. I Padri si giustificano asserendo che le loro regole proibiscono ogni attività politica. In realtà sono con i Borbone, nel loro convento avevano ospitato spie e autorità del regime.
Il comandante della Guardia Nazionale, Angelo D’Erchia, rompe gli indugi, fa preparare due carrozze all’ingresso del convento ed ordina ai Padri di lasciare immediatamente la città. Così avviene nel silenzio dell’immenso popolo.
Nei giorni successivi i monopolitani, indignati contro i Padri della Missione, chiedono il loro allontanamento definitivo dalla città con una lettera inviata al sindaco e firmata da 400 cittadini, in cui si legge:
” Voi sapete di che gravi colpe siano rei i Signori della Missione con questo paese. Convegno la loro casa di quant’erano spie consociate, non fu processo politico che ivi non fosse istruito o Giudice delegato che ivi non albergasse; e ben sapete quanti di noi siano state vittime di quelle misteriose investigazioni. Ivi ospitava il feroce Ajossa e sapete quali uomini trovasse a riceverlo. Fu profanato per loro il pulpito e il nome di quel Dio che perdona, di là insultavano con codardo oltraggio ai tempi, alle cose e alle persone, berteggiando sui lacrimevoli fatti del 1848. Né l’andazzo cessava col mutare degli uomini e parea una lezione ripetuta alla nausea. Poi, come se ciò non bastasse, si facevano usurpatori di quanto suolo attaccasse alle loro proprietà e vi incorporavano strade intere comunali, né per clamori e per legali procedimenti desistevano, per ciò che dei primi si risero, degli altri si beffarono, avendo i tribunali a loro devozione. Né diremo dei contratti gravosi, senza carità, senza giustizia onde han soverchiato la classe dei campagnoli. E come l’ultimo Superiore signor Scommegna, personificazione di astuzia e di crudeltà, abbia da se stesso sentito la necessità di evadere. E giungeva frattanto l’ora del Plebiscito e noi ritenevamo libero il voto, ma obbligatoria la votazione, non essendo lecito ad un membro di una società qualunque disdire ai suoi doveri, ritenendone i diritti; giungeva e quei signori non venivano, né alcun dei loro famosi aderenti, e s’erano adoperati a sconsigliare quanti meglio, anche per via del confessionale, di cui non è a dire che abuso abbiano fatto. L’ira compressa scoppiava alla fine, ma in modo degno di un popolo civile. Sapete del pari come nell’inventariare la casa, a modo gesuitico si trovò non un obolo, eppure generose somme avrebbero dovuto starvi. Son dunque incompatibili col nostro paese, epperò noi sottoscritti domandiamo al Decurionato che si piaccia appoggiare con una sua deliberazione il presente esposto, e domandare dal Governo la loro soppressione in questo Comune, addicendosi i loro beni ad utili istituzioni, come un Collegio per i figli del Popolo, una Cassa di risparmio, una di Mutuo Soccorso, o altro di che son liete le Nazioni che ci precedono in libere istituzioni”.
Il sindaco Francesco Valenti, il 4 novembre 1860, riunisce il Consiglio che, fedele interprete dei sentimenti della popolazione, delibera all’unanimità di appoggiare la giusta domanda dei cittadini. Copia della deliberazione viene mandata al Ministero degli Interni, a Vittorio Emanuele e al Governatore; per tale incarico sono nominati i cittadini Giuseppe Polignani, Michele Cacace e Gaspare Ghezzi.
Dopo l’unificazione di quasi tutta la penisola sotto il governo sabaudo, le popolazioni del meridione si aspettano di conseguire i vantaggi attesi dal cambiamento di dinastia e di regime.
Gli amministratori locali si adoperano perché il peso delle imposte sia meno gravoso.
A Monopoli, nel dicembre 1860, il Decurionato delibera di ottenere dal governo il disgravio di fondiaria per l’esercizio 1861, interprete del pubblico voto e avendo il dovere di provvedere con ogni mezzo ai bisogni della popolazione, considerando che se veniva accordato dal re Borbone il disgravio di fondiaria nel 1838, non sarebbe stato negato ora dal governo che era quello che doveva dare ascolto alla necessità del suo popolo ed accorrere con utili provvedimenti, poiché si era già nel tempo in cui la filosofia col Diritto, il Governo col popolo dovevano costruire l’armonia della grande famiglia dello Stato, poiché se Monopoli fra le città del Barese era stata una delle prime a concorrere alla riscossa, era stata la prima a prestare adesione al Governo del re Galantuomo, inalberando il vessillo dell’Italia una e indipendente.
Una copia di questa deliberazione è presentata direttamente a Garibaldi, a Napoli, dai cittadini Francesco Affatati, Luigi Indelli e Giuseppe Polignani, un’altra al Governatore della Provincia da Gaspare Ghezzi, Francesco Turchiarulo e Luigi Canaletti. Delusione e sconcerto non tardano a diffondersi.
La lettera di dimissioni del 16 dicembre 1860, che il sindaco Francesco Valenti, invia al Governatore di Bari, descrive il clima sociale difficile, al momento del passaggio nell’Italia unita.
” Liberale io per convinzioni patii, dopo le vicissitudini dell’efferrato dispotismo borbonico, lungo carcere e lunghissimo esilio, che valsero sempre più a raffermare i miei politici principi. Le idee di unità nazionale cominciarono a germogliare ed io sentii fino al fondo dell’anima mia che l’Italia doveva farsi, e solo sotto lo scettro del magnanimo re Vittorio Emanuele. Diedi mano all’opera, come meglio potevano le mie deboli forze, e non paventai in tempi difficilissimi che correvano prima dello Statuto. Tutto ciò mi valse l’amore dei miei concittadini. Io nulla ambiva, se non essere libero cittadino di una grande nazione. Chiamato alla carica di sindaco, io mi rifiutai dapprima, e solo accettai dappoi quando mi si fece comprendere che un quasi generale desiderio vi fosse nel mio paese ch’io accettassi, essendo ritenuto uomo di moderati principi e capace di frenare le eccedenti passioni. L’amor di patria prevalse all’interesse personale ed accettai. I fatti han mostrato chiaramente quale sia stata l’opera mia e delle altre autorità di questo paese. Monopoli ha potuto dirsi paese modello nelle gravi agitazioni che tuttavia durano in molti luoghi. E con quali mezzi si è ottenuto tanto scopo? Col rispettare tutte le opinioni, ma non urtare le passioni politiche che vivamente bollivano nel cuore di tutti, massimo di coloro che troppo avevano sofferto dal governo dei Borboni e dai suoi adepti. Tutta questa opera, signor Governatore, è stata distrutta dalla nomina del sig. Giuseppe De Martino a membro della giunta elettorale di questo comune. Antico capo di questa Guardia Urbana, io non so se giustamente egli era ritenuto dalla generalità quale agente segreto dei Borboni, e so io quanto mi sia costato il farlo fin qui tollerare dall’immensa maggioranza liberale di questo paese. Intanto la sua nomina è attribuita a mia opera, ed in un momento ho veduto vacillare la mia opinione, frutto di una vita, che con orgoglio e senza vanità posso dire intemerata. A maggiormente lacerare il mio cuore e mettere il colmo alla disgrazia popolare in cui sono per cadere, mi arrivano i di lei venerati ordini per le subaste del dazio sulla molitura. Le ripeto anche questa volta, signor Governatore, che sarà impossibile la esazione del ridetto dazio, essendo già cominciata una viva agitazione da parte di questo popolo. Né io impassibile potrò essere all’idea di usargli la forza, quando sono convinto che le Autorità, massimo nei governi liberi, debbono raccogliere paternamente i reclami delle popolazioni e non far loro da tiranni. Per tali potentissime ragioni io vivamente la prego di mettere la mia rinunzia alla carica di sindaco di questo comune e disporre sollecitamente il mio rimpiazzo”.
Il 27 gennaio 1861 si tengono le prime elezioni dei deputati al Parlamento unitario. Si vota con sistema uninominale, per cui viene eletto un unico candidato per collegio, dopo il ballottaggio del secondo turno.
Nel Collegio di Monopoli, comprendente anche i comuni di Polignano, Mola, Fasano e Locorotondo, viene eletto deputato il canonico don Flaminio Valenti, patriota liberale di sinistra, che partecipa il 17 marzo alla prima seduta del Parlamento dell’Italia Unita a palazzo Carignano a Torino.
Angelo D’Erchia
Nasce a Monopoli nel 1801 da Niccolò e Rosa Ippolito. Si laurea in medicina e fisica. Di animo bizzarro e ombroso, diventa impopolare nell’esercizio della sua professione medica.
Nel 1848, per unanime designazione dei notabili della città, è nominato comandante della Guardia Nazionale, chiamato a reggere il timone della pubblica tranquillità, nella guerra agli amatori delle sostanze altrui. Con la sciabola diventa il sostegno della gente.
Organizza il posto di guardia a largo S. Francesco con 10 giovani tutti con i galloni sulle coppole. L’attività di polizia urbana comprende anche, a suo dire, dare una tazza di caffè agli stranieri e portare le serenate al chiar di luna sotto le finestre delle fidanzate.
Per il comandante, figura pittoresca con la divisa sgargiante, così si serve la patria. Prima nemico di tutte le sette, dopo che i Borbone iniziano ad esautorare i capitani cittadini e dopo aver ricevuto una illuminante lettera del figlio da Napoli, si converte al patriottismo.
Viene arrestato per i fatti della Dieta di Monopoli del 18 maggio 1848, nonostante avesse invitato i patrioti liberali a non procedere nella costituzione del governo provvisorio per evitare ritorsioni contro la città. Nel 1849 è artefice di azioni contro preti e canonici filoborbonici, al punto da essere nuovamente arrestato per breve tempo. Nel 1860, durante il Plebiscito, fa allontanare dalla città i Padri della Missione, sostenitori dei Borbone. Nel 1861 è nominato sindaco.
Giuseppe Polignani

Nasce a Monopoli il 3 ottobre 1822 da Gaetano e da Teresa Azzona. Studia diritto romano a Napoli, diventando un esperto giurista. Si dedica anche allo studio delle scienze, impara il francese e il tedesco. Professore di Pandette nell’Università di Napoli. Socio della regia Accademia delle Scienze Politiche e Morali. Sorretto da una fede incrollabile, sostiene l’idea della patria libera e indipendente. Scrive varie opere su leggi, diritto e istituzioni, tra cui Dei diritti e doveri del promettitore della dote, La dottrina della Ratihabitio, La conditio viduitatis, Di un’antica regola di diritto, La lista civile. Alla sua morte, avvenuta nel 1882, lascia all’Università una dote per premiare i migliori studenti di Giurisprudenza.
STEFANO CARBONARA
dai suoi libri
Monopoli, Viaggio tra Cronaca e Storia. 2012
Monopoli 2020, Passato e Presente. 2020
per interessati ai libri tel. 3384591147








Stefano, sono molto grato per quello che ci racconti, grazie a te stiamo conoscendo la storia del nostro Paese Monopoli città unica.