Gli scioperi del marzo 1943, rappresentarono il ritorno della classe operaia sulla scena politica italiana.
Essi furono il campanello d’allarme che rivelò ai dirigenti del fascismo lo stato di esasperazione del Paese.
Si distinguevano da quelli precedenti non solo per l’ampiezza e il carattere comune e unificante delle rivendicazioni e delle forme di lotta, ma anche per le ripercussioni e per gli effetti decisivi che riuscirono a produrre nell’ulteriore sviluppo della vita politica del Paese.
Gli scioperi di marzo 1943, alla classe operaia, diede innanzitutto la coscienza della propria forza e le fece capire con certezza che il fascismo non era invincibile.
Inoltre, fece sì che maturasse la volontà di riorganizzarsi, per trovare e consolidare le proprie alleanze.
Preparare un’offensiva generale decisiva contro il regime fascista in modo da sconfiggere definitivamente le forze più reazionarie del nostro Paese e conquistare all’Italia la pace, la libertà e l’indipendenza.
Anche gli operai che avevano la tessera del partito fascista parteciparono agli scioperi.
Larghi strati della popolazione della città e delle campagne desiderosi di uscire fuori dalla guerra e ristabilire la pace, avevano seguito con simpatia la lotta che la classe operaia aveva intrapreso e che aveva portato vittoriosamente a termine.
Anche gli artigiani, i bottegai e i professionisti, che erano in una posizione di “attesa”, vedevano e riconoscevano nei protagonisti degli scioperi del marzo de ’43 l’esistenza di una forza decisa e combattiva, capace di mettersi alla testa del popolo italiano e condurre con successo la lotta, per rovesciare il fascismo e assicurare la libertà.
Da parte sua, la borghesia, ormai conscia che la guerra era persa, cercava di uscirne con il minor danno possibile.
Essa, intimorita, vedeva negli scioperi del marzo ’43 una forte ripresa del movimento operaio.
La riorganizzazione della classe operaia rappresentava un pericolo per la grande borghesia.
Il suo primo obiettivo era quello di evitare ogni indebolimento e di mantenere intatti i propri poteri.
Anche i circoli anglo-americani erano preoccupati per l’andamento degli scioperi.
Essi erano desiderosi di sconfiggere i nazifascisti e nello stesso tempo volevano ridurre l’Italia alla loro dipendenza e questo non sarebbe stato possibile in caso di vittoria della classe operaia.
Le gerarchie fasciste e gli ambienti di corte, che durante tutto il ventennio erano stati uniti, dopo gli scioperi, pur trovandosi ancora d’accordo, furono scosse per la prima volta da un forte dissenso sulla scelta dei mezzi da adottare per fronteggiare la nuova realtà.
Ormai la monarchia e una parte dei fascisti non si fidavano più di Mussolini, ma nell’immediato concordavano nel reprimere la forza del movimento operaio.
Con gli scioperi del marzo del ’43, la classe operaia indicò a tutti gli italiani la strada da percorrere per rovesciare il fascismo e conquistare la pace e la libertà.
Essi esercitarono una influenza positiva su tutti gli avversari del regime e rivelarono al mondo l’esistenza di una Italia antifascista.







