RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:
LETTERA IN DIFESA DELLA LINGUA ITALIANA
Egregio Direttore,
mi permetto di disturbarLa per rappresentare la quotidiana tendenza, in qualsiasi settore, a uccidere la nostra lingua; non esiste luogo pubblico, comprese istituzioni pubbliche come le scuole e le università, in cui non prevalga l’uso dell’inglese tanto da considerare superfluo l’italiano anche quando abbiamo vocaboli appropriati nella lingua italiana per esprimere gli stessi concetti.
Una lingua non è solo uno strumento di comunicazione e di informazione ma è innanzitutto la più importante realtà identitaria di un popolo. Siamo usciti dall’analfabetismo, dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla diffusione di una lingua nazionale condivisa. Certo è necessario studiare un’importante lingua come l’inglese per motivi economici, finanziari e scientifici ma nel rispetto della nostra grande cultura infatti l’aumento continuo degli anglicismi nel linguaggio commerciale e finanziario internazionale non giustifica la sostituzione dell’italiano nell’ambito civile e sociale a favore dell’inglese eppure anche la televisione, che negli anni ’50 e ’60 ha contribuito all’unificazione linguistica degli italiani, divulga sempre più termini in inglese. Dopo il recupero del latino classico nell’Umanesimo da parte dei letterati, l’italiano è stata la lingua degli artisti nel Rinascimento inoltre nell’Inghilterra del XVI secolo, ai tempi di William Shakespeare, gli uomini di cultura studiavano l’italiano.
Difendere l’italiano non significa escludere i contributi che altre lingue possono portare ma aprirsi al mondo mantenendo la propria identità culturale con un uso appropriato e consapevole delle parole senza subordinare la nostra lingua ad altre culture straniere in un servilismo intellettuale segno di povertà culturale. Le nostre Istituzioni pubbliche dovrebbero tutelare la nostra lingua sul territorio nazionale infatti nella democratica Francia la Costituzione prevede la difesa della lingua francese quale lingua della Repubblica e nel 1975 la Legge ha stabilito il divieto di utilizzare qualsiasi termine inglese nei documenti ufficiali, nella pubblica amministrazione e nella pubblicità; al contrario la Costituzione italiana tutela le minoranze linguistiche ma non contempla il riconoscimento dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica Italiana. Molti termini inglesi che oggi ricorrono inutilmente nei discorsi dei politici e nell’amministrazione pubblica, negli articoli giornalistici, nei servizi televisivi e nella comunicazione commerciale hanno efficaci corrispondenti in italiano.
L’interesse per lo studio dell’italiano viene collegato con il nostro grande patrimonio artistico-letterario, trattato però come un’eredità del passato solo per studiosi e letterati, ma spesso ci dimentichiamo che la lingua rappresenta il principale strumento di comunicazione di una comunità per integrare i propri cittadini in tutti i suoi aspetti sociali e politici. Il Senato Accademico del Politecnico di Milano nel 2011 aveva deliberato di adottare il solo inglese per tutti i corsi di laurea così nel 2014 l’Accademia della Crusca ha preso posizione contro simili iniziative finché per fortuna la sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale ha escluso la legittimità di interi corsi di studio tenuti in una lingua diversa dall’italiano al fine di «garantire pur sempre una complessiva offerta che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento».
Ogni lingua evolve e cambia con il mutare della società e con il passare del tempo, altrimenti noi parleremmo ancora la gloriosa e ricca lingua latina (patrimonio comune che univa molti popoli e che è stata il collante culturale comune dell’Europa per oltre quindici secoli), anche con scambi di vocaboli con altre lingue, ma corrompere e ignorare inutilmente la propria lingua è uno stolto attentato all’espressione di una cultura e di una civiltà e significa svilire la nostra identità culturale. Secondo Giacomo Leopardi “Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno, un’ipotesi astratta, un’idea non mai riducibile ad atto”, tuttavia “la libertà nella lingua dee venire dalla perfetta scienza e non dall’ignoranza” e la novità che si vuole introdurre deve essere “giudiziosa e conveniente”.
La povertà lessicale di tanti ragazzi rende loro difficoltosa la lettura di un libro; il linguaggio è sempre più semplificato, la forma sempre più trascurata con errori grammaticali, sintattici e lessicali anche nei programmi televisivi. In un Paese in cui l’analfabetismo strutturale raggiunge il 25% della popolazione, in cui il livello medio d’istruzione si arresta alla scuola dell’obbligo, in cui per la maggioranza della popolazione i libri sono sconosciuti e la fonte d’informazione e di “cultura” è costituita da mediocri programmi d’intrattenimento televisivo e dai “social networks”, l’importanza della lingua non risulta solo quale mezzo di comunicazione ma soprattutto quale segno di una civiltà e di un’identità collettiva. La maggioranza degli italiani parla una lingua molto povera e conosce pochissime parole e riesce a comporre solo frasi e concetti elementari. Una buona formazione culturale non consiste soltanto nell’acquisizione di competenze digitali e informatiche per scopi lavorativi immediati ma anche e soprattutto nell’acquisizione di una cultura di base come saper leggere e scrivere correttamente nella propria lingua. L’italiano non è una lingua povera e semplice come l’inglese infatti deriva dal latino.
Il volgare toscano, poi divenuto l’italiano, si è affermato con la letteratura nel XIII e nel XIV secolo e si è imposto come lingua comune letteraria nel XVI secolo con la costituzione dell’Accademia della Crusca nel 1583 e con la redazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, primo vocabolario della lingua italiana, nel 1612. Quale storia avrebbe avuto l’Italia se non ci fossero stati grandi letterati, filosofi, artisti e scienziati che si sono espressi in italiano? Noi abbiamo una grande cultura millenaria di tradizione greco-romana però la ignoriamo e un popolo che dimentica la propria storia e la propria cultura è destinato al declino. Il popolo italiano dovrebbe imparare dagli antichi greci i quali, dopo essere stati conquistati con le armi dai Romani, conquistarono a loro volta Roma con le arti, con la filosofia e con la letterattura: “Graecia capta ferum victorem coepit”!
Colgo l’occasione per porge i miei più cordiali saluti.

Alberto Morandi
Laveno Mombello (VA)
Nato a Varese nel 1968
Diploma di maturità classica presso il Liceo classico statale “Ernesto Cairoli” di Varese
Laurea in giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
dipendente nella Pubblica Amministrazione
studioso e appassionato della storia e della cultura, classica, umanistica e medioevale.







