Usi e costumi dei monopolitani nella prima metà del ‘900

Usanze e mestieri
Nella prima metà del ‘900, quasi due terzi di monopolitani lavorava la terra, mentre il restante era composto da artigiani, commercianti e piccoli borghesi.
Gli uomini provvedevano al fabbisogno economico familiare, mentre le mogli avevano cura dei figli e delle faccende di casa.
Una parte della popolazione, acquistava i generi alimentari a credito.
Il debito veniva annotato su un piccolo libretto; “â lebbrètte dâ pettéche”.
Il conto veniva saldato ogni quindicina del mese.
Le donne, quando andavano a fare la spesa, usavano grandi fazzoletti; i “fazzelìtte grènne” ove mettevano: pasta corta, riso, legumi e altri alimenti che si vendevano sfusi.
Di sera, si cenava con la luce dei lumi a petrolio (i tόbbe) o con la fievole luce delle candele, e si andava a letto presto.
Quello era anche il tempo in cui la mortalità infantile era elevata per mancanza di medicinali specifici. L’analfabetismo regnava sovrano; erano tanti i ragazzi che non frequentavano la scuola o rinunciavano dopo la seconda o terza elementare.
Molte erano le famiglie numerose con più di sette figli a carico.
I maschietti ancora adolescenti venivano avviati ad apprendere un mestiere quale: barbiere, sarto, calzolaio, falegname, fabbro, muratore, sellaio, fornaio, calderaio, carraio, cordaio (zechêlére) ed altri.
In molte famiglie indigenti i ragazzi andavano in giro scalzi, mentre quelli più fortunati che possedevano un paio di scarpe le custodivano gelosamente.
Il nero fumo della caldaia ed uno sputo, sostituivano il lucido delle scarpe.
I piatti rotti, si serbavano gelosamente in attesa del passaggio del “conciapiatti”.

I pasti di una volta
Nella maggior parte delle famiglie meno abbienti i pasti erano frugali, fatti maggiormente di fave e cicorie campestri (cêcurèdde), ceci, fagioli e “gnagnéle” (cicerchie).
Alcune domeniche o nei giorni di festa, si mangiava la pasta asciutta.
Di sera si preparava la “Ciâllèdde”, composta da pane raffermo, pomodori, acqua, qualche goccia di olio, sale e origano.
La cena si preparava in un grande piatto (u piàtte grènne), dove tutti affondavano le loro forchette. Intorno al braciere (â frescére), la nonna faceva la maglia, mentre il nonno fumava la pipa e raccontava vecchie storie ai nipoti i quali erano intenti ad arrostire fave e ceci nella cenere bollente.
La carne (lardo), si comprava soltanto durante le feste più importanti. Monopoli nel 1911, contava circa 25.000 abitanti.
Il fidanzamento e il matrimonio
Mentre i ragazzi andavano a bottega per imparare un mestiere, le femminucce dovevano aiutare le mamme nelle faccende di casa e imparare il cucito.
Quando un giovane si invaghiva di una ragazza, conscio di non poterla avvicinare per strada, si rivolgeva ad un faccendiere “u zeràffe” (mezzano) o a “n-n’ù zanzére” (sensale) che dietro compenso, veniva incaricato di portare “â ‘mbàsscéte” (imbasciata) ai genitori della giovane.
Il portavoce dello spasimante, si faceva ricevere dalla famiglia per illustrare la richiesta di conoscenza e di un eventuale matrimonio.
Qualora i genitori fossero stati propensi ad accettare la proposta, si riservavano di dare una risposta dopo aver appurato chi fosse il pretendente, la sua famiglia, e che mestiere esercitasse.
La fanciulla se interessata, prima di dare il suo consenso proponeva che il giovane dovesse passare da sotto la loro abitazione ad una certa ora di un certo giorno per poter spiare attraverso le persiane prima di prendere una decisione.
Se lo spasimante era di suo gradimento, si prendevano i dovuti accordi per un incontro con il giovane e i suoi genitori per fare così “â riconoscènze” (la conoscenza).
Durante l’incontro, si pattuivano i giorni e l’ora in cui il giovane poteva fare visita alla fidanzatina in presenza dei familiari.
I due giovani, potevano salutarsi dandosi la mano e sedersi con un familiare tra loro.
Durante le feste del paese o la domenica, veniva concesso il permesso di uscire accompagnati da uno sciame di familiari (io mammeta e tu).
Quando il matrimonio si svolgeva in piena regola, la sposa, doveva giungere al matrimonio come mamma l’aveva fatta, cioè illibata.
Guai se il “melone usciva bianco”, era una tragedia per entrambe le famiglie.
Prima del matrimonio, si discuteva sulla dote che i futuri sposi potevano promettere.
Era d’uso a Monopoli, che il maschio doveva provvedere ad arredare la casa con il mobilio e gli attrezzi da cucina, mentre la donna doveva promettere la dote in corredo di panni tot.
Ad esempio, panni dieci voleva dire: dieci lenzuola, dieci cuscini, dieci ecc.
La futura sposa, giorni prima del matrimonio metteva in mostra il corredo promesso, invitando i familiari dello sposo a visionarlo.
Chi accompagnava la sposa in chiesa era il compare d’anello.
I meno abbienti, raggiungevano la chiesa in corteo a piedi, mentre i benestanti arrivavano in carrozza. Soltanto quando giunse l’era delle automobili (i vêttúre), se ne prendevano due a “lujìrê” (noleggio).
Il giorno del matrimonio, con le automobili dai grandi predellini e le ruote di scorta in bella vista, gli autisti accompagnavano gli sposi e i compari in chiesa.
Nel pomeriggio, le automobili venivano impiegate per prendere gli invitati dalle loro abitazioni per condurli alla casa della sposa, dove si sarebbe svolta la festa.
Si approntavano le stanze disponendo due file di sedie tutte intorno.
Prima che venisse di moda il grammofono, ad allietare la festa ci pensavano i suonatori di chitarra, mandolino e fisarmonica.
Due persone erano incaricate di offrire agli invitati “i cumblêminde” (dolcetti).
Tra una suonata e l’altra, si offriva una “fecazzèdde” (focaccina) a testa, farcita con formaggio e mortadella e un bicchiere di vino rosso.
Per il vino, una persona riempiva i bicchieri “cu rezzúle” (con l’orciolo) mentre un’altra, sosteneva un vassoio con quattro bicchieri.
A turno, tutti bevevano negli stessi bicchieri passandoseli di bocca in bocca, senza curarsi minimamente dell’igiene.
Si offrivano poi: taraddòzze (tarallini), lupini, olive, ceci arrostiti, castagne “du prèvete”, fave tostate, noci, “nucèdde” (nocciuole) e verdure crude.
Per chi volesse fare quattro salti, ci pensavano i suonatori con: mazurke, valzer, pizzica-pizzica e quadriglie.
Tra un intervallo e l’altro, verso la fine della festa, veniva offerta una pasta dolce a testa e il tanto atteso “spumone”.
Infine, si salutavano gli sposi che offrivano agli invitati una bomboniera.
Dopo che tutti gli invitati lasciavano la festa, la sposa, con gli occhi gonfi di lacrime, abbandonava definitivamente la casa paterna.
Alcuni amici intimi accompagnavano la coppia nella nuova dimora, dalla quale la sposa, per almeno otto giorni, non doveva nemmeno mettere la testa fuori, perché quella era l’usanza.
Al primo figlio nato, veniva dato il nome dei genitori paterni.
Il funerale di un tempo
Quando veniva a mancare un familiare, le donne si vestivano di nero per almeno un anno, mentre i maschi mettevano un bracciale di stoffa nera cucito sulla manica o una striscia nera sul bavero della giacca.
La porta della chiesa dove si svolgeva il rito funebre, veniva incorniciata con un grande drappo nero. Il defunto, veniva accompagnato al cimitero da un prete seguito da una croce, dal carro funebre e dai parenti e amici.
Lavoro ed emigrazione
Ci sarebbe ancora tanto da aggiungere, ma mi fermo qui.
Sono certo che nell’era dei divorzi e delle convivenze, queste storie fanno sorridere, perché sembrano cose accadute secoli fa e non fino agli anni ’40 del secolo scorso.
Erano tempi durissimi, la miseria regnava sovrana anche a causa di due grandi guerre sofferte.
Dopo il secondo conflitto mondiale, furono molti i monopolitani costretti a lasciare la nostra città per cercare lavoro in Sud America, in Francia, in Svizzera, nelle miniere del Belgio e con le valige di cartone legate con lo spago, raggiungere anche il nord d’Italia.
Gli uomini e le donne del tempo, rimboccandosi le maniche, riuscirono a guadagnarsi un discreto benessere che lasciarono in eredità alle nuove generazioni.
Vincenzo Saponaro
- Foto tratte dall’Archivio di Domenico Brigida










Grazie mille, estremamente interessante!