

«Come cristiano e francescano sono a favore delle libertà, del
diritto di religione e della lotta per la giustizia nel progetto di
costruzione di una nuova società. Riaffermo che il Vangelo è rivolto
a tutti senza eccezioni. Contemporaneamente riconosco che questo
stesso Vangelo privilegia i poveri, perché essi costituiscono la maggioranza
di coloro che soffrono e perché sono i preferiti di Dio, di
Cristo e della Chiesa. Ritengo che in una situazione di oppressione
come la nostra, la missione della Chiesa deve essere, senza equivoci,
liberatrice».
È la teologia della liberazione.
È l’esordio, la sintesi e il manifesto di padre Leonardo Boff, frate francescano.
Parole che ritroviamo nel suo libro “Il sentiero dei semplici Francesco d’Assisi e la teologia della liberazione”. L’abbiamo riletto, dopo tanti anni, nella sua versione originale degli Editori Riuniti, 1988, raccontato da Maria Giovanna Maglie, all’epoca inviata speciale dell’Unità.
Leonardo Boff, teologo e scrittore tuttora vivente, al secolo Genésio Darci Boff, nacque a Concórdia, in Brasile, il 14 dicembre 1938. Nipote di immigrati italiani originari di Seren del Grappa, in provincia di Belluno, Leonardo entrò nel 1959 nell’Ordine dei Frati Francescani Minori, emettendo la professione perpetua di voti nel 1964.
Successivamente fu consacrato sacerdote. Studiò dapprima filosofia e poi teologia in Brasile, Germania, Belgio, Stati Uniti d’America, fino al conseguimento del dottorato presso l’Università di Monaco nel 1970.
Tra i relatori c’era l’allora professor Joseph Ratzinger. È uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione: una vita dedicata alla liberazione degli oppressi e dei poveri.
La sua attività pubblica è sempre stata caratterizzata da una strenua difesa dei diritti di coloro che soffrono.
Boff ci fa rivivere, alla luce dei giorni nostri, i percorsi spirituali e gli episodi della vita di San Francesco, che non è facile incontrare idealmente e spingerlo alla conversazione quotidiana.
Lo fa da perseguitato, interpreta la vita del santo ed è testimone del suo impegno quando propone con forza un vivo intervento della Chiesa a fianco del ‘quarto stato’. Il testo ci coinvolge e ci invita a proseguire il dialogo con gli altri e con la bontà presente dentro di noi.
La solidarietà, la tolleranza e l’amore, vissuto in ogni pagina del vangelo, sono la via per costruire una società, che ha alle proprie fondamenta la difesa permanente e intransigente dei diritti umani.
Chi è timorato di Dio sa che bisogna avventurarsi per questa strada verso la libertà, trasportato dal vento dello Spirito che “soffia dove vuole, si ascolta la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada”.
È lo stesso padre Boff, che ci racconta di San Francesco: «Mentre attraversava il lago di Rieti un pescatore, per devozione, offrì a frate Francesco, il giullare di Dio, un cigno. L’uomo di Dio lo pose tra le mani aperte e lo invitò a volare via. Ma, vedendo che l’uccello non voleva andarsene, levò gli occhi al cielo e si raccolse in preghiera. Dopo molto tempo, tornando in sé, come da un altro mondo, invitò di nuovo il cigno a volare via e a lodare il Signore. Ricevuto il permesso e la benedizione, ed esprimendo la sua allegria con i movimenti del corpo, il cigno volò via».
«Il volo del cigno, fin dal Medio Evo, è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente e rappresenta la parte dell’uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla percezione, alla spiritualità».
L’attività pubblica di Boff è sempre stata caratterizzata da quell’anelito e da quel desiderio di vedere emancipati gli ultimi, i diseredati. E la teologia nella pratica deve avere “due occhi”, uno che si rivolge al passato, “da dove viene la salvezza”, e uno che si rivolge al presente, “dove la salvezza diventa realtà, qui ed ora”.
Nel 1984 fu convocato in Vaticano e sottoposto a un processo da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta dal prefetto, ‘sua Eminenza’, il cardinal Joseph Ratzinger, eletto poi papa, nel 2005, col nome di Benedetto XVI.
Nonostante le giustificazioni fornite, l’anno successivo fu condannato al silenzio rispettoso (silentium obsequiosum).
A seguito di molte pressioni internazionali l’editto fu parzialmente revocato nell’aprile del 1986, quando le autorità ecclesiastiche lo sollevarono dall’obbligo di quel “silenzio di penitenza”.
Nel 1992, incalzato da ulteriori minacce di provvedimenti disciplinari sollecitati da parte dell’allora papa Giovanni Paolo II, padre Boff abbandonò l’ordine dei francescani.
Del “processo” in Vaticano Boff racconta: “Una vera conversazione però l’abbiamo avuta soltanto durante la pausa, quando abbiamo preso il caffè.
Ad esempio Ratzinger ha detto: «La tonaca le sta molto bene, padre Boff. Anche così si può dare un segno al mondo». Io ho risposto: «Ma è molto difficile portare questa tonaca, perché da noi fa caldo».
E il cardinale: «Così la gente vedrà la sua devozione e la sua pazienza e dirà: sta scontando i peccati del mondo».
E io: «Abbiamo bisogno, certo, di segni di trascendenza, ma quelli non passano per la tonaca; è il cuore che deve stare a posto».
Al che Ratzinger ha replicato: «I cuori non si vedono; bisogna pur vedere qualcosa».
Ho risposto: «Questa tonaca può anche essere un segno di potere. Quando la porto e salgo sull’autobus, la gente si alza e dice: ‘Padre, si accomodi’. Ma noi dobbiamo essere servitori».”
«Caro fratello», scrive papa Bergoglio a padre Boff dal Vaticano il 5 gennaio 2019, «sappiamo che a Dio si arriva attraverso la sua carne; carne dolente e vulnerabile come quella di tanti nostri fratelli che soffrono e vengono scartati.
Questo è il cammino sicuro per arrivare a Dio ed evitare il pericolo di cadere nell’illusione disincarnata di coloro che preferiscono un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo.
Prego per te; per favore, fallo per me.
Fraternamente. Francesco».







