Un prete felice. Un medico, che ha messo la sua laurea a disposizione e al servizio dei più poveri del mondo. Direttore del Cuamm, Medici con l’Africa, Organizzazione Non Governativa fondata a Padova nel 1950. L’ispirazione gli è stata trasmessa da Martin Luther King. Con la certezza e la forza, che Dio ha in sé un progetto di salvezza per tutti gli uomini, anche per i bambini e per le mamme, che muoiono di fame.
Un sorriso che conquista. Diretto e aperto. A ogni domanda risposte sincere. Nessun formalismo. Ogni mattina chilometri di corsa. Nei suoi occhi solo la passione per l’uomo. Cardiologo. Nato nel 1958. Ha scelto il sacerdozio. Fin da subito incontrò sulla sua strada il Cuamm, per curare le popolazioni più derelitte del mondo. Oggi opera in nove Nazioni. Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Costa d’Avorio. Nel 2023 hanno lavorato per il Cuamm 3.500 persone specializzate, in gran parte medici, di cui il 90% africani.
Don Dante si confessa.
«Dovevo chiamarmi Marco, ma due giorni prima che nascessi è morto un cuginetto e mi è stato dato il suo nome. Ci sono stati periodi in cui chiamarmi Dante mi disturbava, ma ho capito che … il mio nome si fa ricordare. E poi è il participio presente del verbo dare, colui che dà. Quindi va bene».
«Sono nato e cresciuto a Mallaredo Pianiga nella provincia di Venezia. … Mamma figlia di commercianti benestanti, padre figlio di contadini diventato negoziante. Lei era focosa e schietta, mio padre gentile e discreto. Nel mio modo di rapportarmi alle persone ho preso da lui, ma quando mi arrabbio mi ritrovo in lei. Da mia mamma ho imparato anche la verità nelle relazioni, l’essere diretti, senza nascondersi».
«Mi piaceva fare il chierichetto, … Mia mamma mi assecondava, … non avrebbe mai voluto che diventassi prete.
«Quando a 27 anni le comunicai che sarei entrato in seminario, mi rispose: veramente? Le chiesi perché era contraria. Perché ho conosciuto tanti preti tristi. … Ho capito quanto preziose sono le mamme nelle verità che dicono ai figli. … Diceva che le mie prediche dovevano essere brevi. Oggi regolo l’orologio sui 5 minuti».
«L’idea di iscrivermi a Medicina? Volevo studiare qualcosa che mi portasse vicino ai poveri».
«Avevo 15, 16 anni quando mi innamorai di Martin Luther King. … mi appassionai alle battaglie che aveva combattuto per i diritti dei più deboli, … La sua potenza, il suo coraggio… ha contribuito a tenere viva la mia fiammella».
«C’era una ragazza della parrocchia che mi piaceva, si chiamava Marina. Per frequentarla ho ripreso ad andare in chiesa. Stavo bene con lei. Siamo stati fidanzati per un po’. … Eravamo impegnati in parrocchia. … ebbe un incidente stradale e morì. … Lei rimane nel mio cuore».
«Gli anni di attesa, prima di entrare in seminario, sono stati difficili per la mia fede. Un momento durissimo è stato lo scoppio della guerra in Ucraina».
«La guerra ha drenato l’attenzione e … soldi destinati all’Africa, provocando uno sconquasso nel continente».
«Cosa mi ha insegnato l’Africa? Niente lamenti, solo rammendi».
«La mia debolezza? A volte mi chiedo se è giusto lavorare così tanto. Talvolta faccio fatica a trovare un limite. Ma poi mi sento indulgente con me stesso, e mi dico che lo faccio per i più poveri. … Sono abituato a dir Messa dove mi capita: in aeroporto, in treno, dovunque. Talvolta temo di non tenere in dovuta considerazione la forma liturgica … ».
«Certe volte sono esausto ma penso: Dante, sei stanco, sul serio? Devi fare di più, non devi perdere un secondo della tua vita, visto che hai avuto il privilegio di essere sano».
«La pensione? Mi sento in forma e certe volte mi stupisco anch’io del fatto di non sentirmi logorato dal lavoro. … La Parola per me è vita. Più grande della fatica è il fuoco che mi strugge dentro. … Mi vedo in una chiesetta tranquilla, andare a trovare gli ammalati senza fretta, dire messa, leggere …».
«Medico del corpo e medico dell’anima? Prevale la seconda. Ma la prima aiuta a vivere meglio la seconda, è un patrimonio che rimane».
«Qual è il mio sogno? Che l’Africa sia finalmente libera. … Gli africani, soprattutto i giovani, possano recuperare la propria dignità, quella che cercano con tanta speranza».
«Sono un prete felice? Sì, lo sono. Prima di morire mia madre mi disse: sono contenta perché vedo che non sei un prete triste. Il giorno della consacrazione ho pianto tanto, di felicità e gratitudine. … Sono trascorsi 33 anni. E con umiltà, guardando il cielo, mi sembra di essere più contento oggi di allora. Ringrazio Dio che mi ha messo sulla strada dell’Africa, un continente … pieno di limiti ma anche di opportunità. Un continente che non finisce mai di provocarmi».
Antonio Losito







