Finora è apparsa la più in forma.
La migliore.
La più brava di tutte e di tutti.
Una politica e un progetto, che tiene insieme una sinistra molto frastagliata?
L’obiettivo è battere lei ormai saldamente alla testa dei sondaggi.
In questi giorni successivi al ballottaggio delle comunali, tutti i giornali italiani parlano di un legittimo risultato positivo da parte del PD.
La prospettiva, con i relativi timori, delle elezioni politiche dell’ormai prossimo 2023, completamente diverse dalle amministrative, resta invariata.
Del “Campo largo” di Enrico Letta non se ne conoscono i confini.
Nel cosiddetto “Centro”, un ventre molle, c’è un affollamento.
Il segretario del PD, pur immobile, da tutti è stato riconosciuto vincitore.
Per insipienza degli altri?
L’unica che muove i consensi è lei.
«Yo soy Giorgia. Soy una madre, soy una mujer».
Un delirio per le folle spagnole intrise di fascismo. Sicuramente neofranchisti convertiti, che, per la prima volta, prendono in considerazione il fatto che una donna, appunto una madre, possa non essere solo utile alla riproduzione, ma a essere anche capo di un partito politico. Una rarità difficile da contestare.
A Giorgia Meloni si presenta un problema, ampiamente considerato da tempo, ma emerso al termine delle amministrative di domenica scorsa.
Il suo partito in circa dieci anni di tempo è passato dal pochi consensi al 22% delle intenzioni di voto attuali. In tutta Italia manca una sua classe dirigente.
Non c’è una schiera evidente e preparata di gente competente, credibile e votabile.
Perde nelle amministrative, perché il voto nelle città è la dimostrazione lampante della mancanza di una rete di fiducia nei candidati presentati.
Questo è un destino molto comune per quelle formazioni politiche, che molto in fretta crescono politicamente. Un leader carismatico sì, ma dietro quasi niente.
È il problema, che accompagna Giorgia Meloni.
Alle sue spalle c’è un elenco di candidati consiglieri comunali, ripescati tra vecchi ex Dc di provincia, lontani dalla possibilità di far intravedere una alternativa migliore.
Ci sono, poi, i fascisti, quelli vecchi e i nuovi. «Yo-soy-Giorgia».
Si inalbera se scriviamo queste righe? C’è un suo distacco dalle origini?
La Fiamma del Movimento sociale italiano (Msi) è presente nel simbolo.
È un bluff?
La selezione e la chiarezza selettiva deve essere esplicita, per raggiungere l’elettorato conservatore non omofobo, non antisemita, non violento, non razzista, né nostalgico.
Il tutto rafforzato da una posizione parlamentare di opposizione.
Ha pure inglobato l’appoggio degli orfani salviniani e delle sbandate schiere forziste.
Per anelare alla guida del Paese, le serve un “benvenuta in Europa”.
Non è sufficiente l’atlantismo.
Né l’appoggio della Confindustria, che, tra l’altro, sta sempre con il vincitore.
Giorgia Meloni è bravissima. Senza ironia. La constatazione è sotto gli occhi di tutti.
Alle Europee del 2014 è partita dal 3,6%. Il 4% alle politiche del 2018. 6% alle Europee del 2019. L’8% alle regionali in Emilia e Romagna nel 2020 e il 10% in Calabria. Unico partito a non partecipare al governo. Una rendita di posizione con notevoli vantaggi, che in due anni le fa moltiplicare i consensi. Salvini annaspa e Berlusconi esita.
C’è un però. Perde quasi ovunque nelle città.
La disfatta di Verona, fino a ieri città nettamente di destra, è una campana che suona cupa. La sinistra può battere la destra.
Ma lei è sempre in tempo a sconfiggere il proprio passato e a riconsiderare la sua posizione in Europa, che è il tallone d’Achille di Fdl.







