
Nel 1976, a Santiago del Cile, la squadra italiana di tennis, composta da Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli conquistò la prima e l’unica Coppa Davis della storia del tennis italiano.
Mario Belardinelli, aveva accompagnato la crescita della squadra.
La decisione di andare a Santiago a giocare la finale contro il Cile del dittatore Pinochet non fu appoggiata da tutti.
E Nicola Pietrangeli, l’accompagnatore ufficiale, fu travolto da polemiche. Mercoledì pomeriggio a Treviso ci sarà la svolta decisiva con la presentazione del film di una vittoria e il racconto di una squadra molto forte.
In ogni occasione Adriano Panatta ha sempre ricordato affettuosamente Mario Belardinelli.
Nel suo libro autobiografico “Più diritti che rovesci. Incontri, sogni e successi dentro e fuori dal campo”, edizione Rizzoli, 2009, gli ha dedicato pagine molto belle.
Tra l’altro afferma: «Belarda aveva per me un affetto profondo. Ricambiato. Infinitamente ricambiato… Lo sentivo come un secondo padre, il papà Belarda, una persona cui affidarsi in tutti i momenti, un uomo che sarebbe stato sempre al mio fianco, come poi fece, soffrendo in un angolo come solo lui riusciva a fare quando in campo c’ero io».
Belardinelli aveva giocato a tennis con Mussolini. Ripeteva spesso: «Sono stato il maestro del Duce!» e riportava aneddoti. Chissà, se veri. Come per esempio: «Duce, vogliamo provare il rovescio?». La risposta fu: «Camerata Belardinelli, noi tireremo sempre dritto!». Non aveva cambiato idee politiche.
Adriano era ed è di sinistra. Una mosca bianca nel variegato mondo sportivo.
Per provocare il Belardinelli, si presentava nel ritiro di Formia, per gli allenamenti, con l’Unità o con il Manifesto sotto il braccio. Alzava il tono di voce quando a Tribuna politica c’era Almirante. Belarda, invece, pretendeva di ascoltare in religioso silenzio.
Quando poi i suoi pupilli arrivarono alla finale della Coppa Davis, fece in modo che le mogli accompagnassero i quattro finalisti, imponendo rigorosamente camere separate. «Noi lo accontentavamo, gli dicevamo di sì, poi ovviamente di notte traslocavamo nelle stanze delle signore. Facevamo così per non turbarlo, per dargli ragione, e sapevamo che lui immaginava i nostri traffici notturni.
Ma, sia pure con qualche finzione, gli facevamo capire che la sua autorità non era in discussione; e lui questo lo apprezzava moltissimo».
Antonio Losito







