GIACOMO MATTEOTTI
Fratta Polesine, 22 maggio 1885- Roma, 10 giugno 1924.
Giovane deputato socialista. Denunciò i crimini dei fascisti. Il suo ultimo discorso alla Camera dei Deputati del 30 maggio 1924. Mussolini lo fece uccidere il 10 giugno.

Giacomo Matteotti fu un eroe solitario, un martire laico della democrazia, un uomo che con il suo riformismo rimase l’ultimo ostacolo contro l’instaurazione del regime di Benito Mussolini. E come tale doveva essere eliminato a ogni costo.
Sono passati ormai cento anni da quel pomeriggio del 10 giugno 1924 in cui il leader dei socialisti riformisti venne aggredito a Roma, nei pressi della sua abitazione, da un gruppo di squadristi che, nonostante la sua strenua resistenza, lo caricarono a forza su un’auto e poi lo uccisero a coltellate.
Lo sdegno per quel delitto portò il regime fascista a vacillare, costringendo Mussolini a una poco credibile presa di distanza. Ma la grave crisi politica che innescò si concluse sei mesi dopo con il discorso in cui il duce, il 3 gennaio 1925, si assunse la responsabilità politica di quanto era avvenuto e proclamò la svolta autoritaria destinata a fare del fascismo una dittatura lunga e rovinosa per l’Italia.
Matteotti era stato la voce del partito socialista fino al 28 ottobre 1922, quando, in seguito alla marcia su Roma, Mussolini era stato chiamato dal re a costituire il governo. Da quel momento in poi era diventato la voce dell’opposizione e si era dedicato, da solo, esclusivamente alla lotta contro il fascismo, sfidando il duce a viso aperto e denunciando senza paura lo stato di prostrazione cui aveva ridotto il paese. Il deputato socialista aveva capito che Mussolini non sopportava essere dileggiato e per questo non aveva esitato a basare la sua lotta parlamentare su un’insistente e coraggiosa polemica contro di lui, cercando di provocarlo fino a fargli perdere le staffe. Un anno prima di essere ucciso, un chiaro avvertimento nei suoi confronti era comparso sulle pagine del quotidiano fondato dallo stesso Mussolini, Il popolo d’Italia:
Quanto a Matteotti, volgare mistificatore, notissimo vigliacco e spregevolissimo ruffiano, sarà bene che si guardi. Che se dovesse capitargli di trovarsi, un giorno o l’altro, con la testa rotta (ma proprio rotta) non sarà certo in diritto di dolersi dopo tanta ignobiltà scritta e sottoscritta.
Nato il 22 maggio 1885 a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, Giacomo Matteotti si era iscritto giovanissimo al partito socialista e dopo la laurea in giurisprudenza aveva fatto una rapida carriera nel partito a livello locale. Nonostante fosse inviso a molti a causa della sua ricchezza familiare (scaturita da una serie di investimenti in terreni ad alta redditività), Matteotti si era fatto sempre apprezzare per la serietà e per l’impegno ma anche per la sua indipendenza di giudizio, e cominciò ben presto a essere considerato per la direzione nazionale del partito. Al congresso provinciale socialista di Rovigo del 1914 aveva incontrato per la prima volta Benito Mussolini, che rappresentava una mozione contrapposta alla sua ed era all’epoca direttore dell’Avanti!. Di lì a poco lo scontro si sarebbe spostato nelle aule parlamentari durante gli anni dell’ascesa al potere del fascismo. Matteotti comprese fin da subito che il nascente movimento fascista rappresentava un pericolo per le organizzazioni operaie ed era la risposta violenta della borghesia agraria ai propri interessi lesi dai nuovi patti agrari. Le sue coraggiose denunce delle violenze squadristiche lo resero un dirigente politico assai popolare, consegnandolo però anche all’odio del radicalismo fascista.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, da coerente antimilitarista, si dichiarò fermamente contrario all’intervento dell’Italia, come aveva fatto in precedenza in occasione della guerra in Libia. Nel 1919 fu eletto deputato per la prima volta nel collegio di Rovigo e Ferrara, riportando il maggior numero di preferenze e venne poi nominato segretario del partito socialista unitario, che era reduce da numerose scissioni e ormai guidato da tre persone (Filippo Turati, Claudio Treves ed Emanuele Modigliani). Giacomo Matteotti cercò in tutti i modi di tirarlo fuori dallo stato di abbandono in cui si trovava per reinserirlo a pieno titolo nel gioco politico: tenne comizi in tutta Italia, aprì nuove sezioni e pubblicò un opuscolo dal titolo Un anno di dominazione fascista, che costituì una spina nel fianco per i fascisti soprattutto perché conteneva un dettagliato elenco delle violenze commesse in un anno di governo, con tanto di nomi e cognomi dei singoli responsabili.
Ma intanto la crisi del regime liberale andava precipitando e l’offensiva fascista accelerava le gravi difficoltà del partito socialista, che non si arrestarono neanche con l’uscita dei comunisti dopo il congresso di Livorno del 1921.
Matteotti, soprannominato “tempesta” dai compagni di partito per il suo carattere battagliero e intransigente, trascorreva ore nella biblioteca della Camera dei Deputati a sfogliare libri, relazioni e statistiche dalle quali attingeva dati e informazioni per le sue circostanziate denunce. In poco più di quattro anni di attività parlamentare, oltre a redigere numerosi disegni di legge, intervenne centosei volte nell’aula della Camera, su temi spesso tecnici, amministrativi e finanziari. Il 30 maggio 1924 pronunciò un celebre discorso in cui denunciava apertamente le intimidazioni, le violenze e i brogli elettorali del governo fascista. Il resoconto di quella seduta è agghiacciante: l’arringa del deputato socialista venne sopraffatta più volte dalle grida, dalle minacce e dagli scontri fisici finché il presidente, il giurista Alfredo Rocco, non invitò il deputato socialista alla prudenza. Matteotti era consapevole che quel discorso che aveva appena pronunciato poteva rappresentare la sua condanna a morte, poiché dopo aver denunciato pubblicamente l’uso sistematico della violenza a scopo intimidatorio usata dai fascisti per vincere le elezioni e aver contestato la validità del voto, si voltò verso i suoi colleghi e disse loro: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”.
L’11 giugno era atteso alla Camera un discorso ancora più duro in cui Matteotti, che si era recato più volte all’estero per approfondire alcuni dossier scottanti, avrebbe dovuto rivelare gravi casi di corruzione di cui si erano resi responsabili Mussolini e alcuni gerarchi del partito. In particolare, secondo quanto riportato da alcuni studiosi, il duce avrebbe concesso il monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera Sinclair Oil in cambio di alcune tangenti necessarie per finanziare il suo giornale e il partito fascista.
Ma Matteotti non pronunciò mai quel discorso perché il giorno prima, il 10 giugno, venne rapito a poca distanza dalla sua abitazione romana, sul lungotevere Arnaldo da Brescia. Erano da poco passate le quattro del pomeriggio quando una squadra di fascisti guidata da Amerigo Dumini e appartenente alla Ceka del Viminale (una organizzazione segreta nata per colpire gli oppositori del regime e responsabile di molte operazioni extralegali) lo prelevò con la forza e lo caricò in auto, dove venne picchiato e accoltellato fino alla morte.

Il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo due mesi dopo l’omicidio, il 16 agosto 1924, a pochi chilometri dalla Capitale, nella macchia della Quartarella, in una buca, piegato in due e coperto di foglie e terriccio.
30 MAGGIO 1924
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni del 6 aprile. Il discorso è rimasto famoso sia perché l’oratore denunciò con grande coraggio la nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, sia perché dopo soli undici giorni il deputato socialista fu rapito e assassinato da cinque fascisti.
Il discorso del 30 maggio 1924 è quello che costò la vita al giovane e coraggioso deputato socialista, in cui denunciò i brogli e le intimidazioni e, più in generale, il clima di paura e sopraffazione, in cui si erano svolte le elezioni del 6 aprile, le ultime elezioni multipartitiche del ventennio fascista.
Ha scritto Renzo De Felice, il maggiore storico del Fascismo, nel secondo volume della sua monumentale biografia di Mussolini (“Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-25”, Einaudi 1966), che Matteotti, il segretario del Partito socialista unitario, nel discorso del 30 maggio, “l’ultimo della sua carriera politica e della sua vita”, mirava non tanto all’invalidazione “in tronco” dei deputati della maggioranza fascista, quanto a “inaugurare dalla tribuna più risonante d’Italia, sin dalle primissime battute della nuova legislatura, un modo nuovo di stare all’opposizione, più aggressivo e più intransigente”.
Intransigenza politica e morale che fa di Matteotti, assieme a Antonio Gramsci, la vittima più illustre del Fascismo. Matteotti è citato nelle opere di molti letterati dell’Europa e dell’America Latina: Ivo Andric, Miguel de Unamuno, Stefan Zweig, George Orwell, Marguerite Yourcenar, Leonardo Sciascia..
Il discorso del 30 maggio 1924 è meritatamente tra i più famosi della storia parlamentare italiana e costituisce il culmine della sua breve e intensa attività politica. Giacomo Matteotti, nato nel 1895 a Fratta Polesine, unico sopravvissuto dei sette fratelli, studiò a Rovigo e si laureò in giurisprudenza a Bologna.
Rinunciando alla prospettiva della carriera universitaria, dopo la pubblicazione della sua apprezzata tesi di laurea, negli anni dell’età giolittiana, s’impegnò nel campo socialista in un’intensa attività pubblicistica, politica e amministrativa. Particolarmente attivo e creativo nell’organizzazione delle leghe bracciantili. Matura e predica l’idea-forza che senza l’elevazione sociale e culturale dei contadini, in Italia non è possibile alcun cambiamento.
Rigorosamente neutralista, allo scoppio della prima guerra mondiale, il suo dichiarato pacifismo è considerato un pericoloso sovversivismo e, nonostante alla visita di leva fosse risultato “riformato” per motivi di salute, fu ugualmente richiamato alle armi e, nell’estate del 1916, confinato in Sicilia, vicino a Messina, nella caserma di Campo Inglese, dove rimase fino alla primavera del 1919.
Eletto deputato nelle file del Partito socialista nelle elezioni del 1919, nella circoscrizione di Rovigo e Ferrara, fu riconfermato in quelle del 1921 e nel 1924. In queste ultime non più nelle file del Partito socialista italiano, ma in quelle del Partito socialista unitario, del quale divenne segretario, nato da una scissione dal PSI nel 1922, per rappresentare la componente riformista. L’anno precedente, nel 1921,nel Partito socialista c’era stata un’altra scissione, quella del Partito comunista d’Italia, per rappresentare la componente rivoluzionaria, sull’onda della Rivoluzione russa.
Le elezioni del 1924 si tennero con il nuovo sistema elettorale maggioritario della cosiddetta “Legge Acerbo”, approvata nel novembre dell’anno precedente. In base a questa contrasta legge, la lista che avesse ottenuto il 25% del suffragio avrebbe conseguito il 60% degli eletti. Il nuovo partito di Matteotti ottenne il 5,9% con 24 deputati. 2 in più del Partito socialista italiano. Il PCd’I ancor meno: solo 19 deputati. Il Partito popolare italiano, che aveva Alcide De Gasperi come nuovo segretario, essendo stato il suo fondatore, don Luigi Sturzo, costretto a dimettersi su pressioni della Santa Sede, con 39 deputati era il maggior partito dell’opposizione. La Lista nazionale del Partito fascista, nota come “Listone”, in cui erano confluiti molti esponenti nazionalisti e liberali e anche alcuni transfughi del Partito popolare, chiamati dispregiativamente “clericofascisti”, assieme a una piccola lista civetta, aveva avuto circa il 65% dei suffragi e ben 374 deputati eletti.
Tornando al discorso del 30 maggio, occorre sottolineare che non fu quasi improvvisato. Intervenendo Matteotti aveva in mano solo pochi fogli con degli appunti. Lo stimolo gli fu dato, nella prima seduta della nuova legislatura, dalla richiesta in aula del nuovo presidente della Camera dei Deputati, il noto giurista Alfredo Rocco, di approvare la convalida in blocco di tutti gli eletti della maggioranza.
Matteotti reagì e per circa un’ora intervenne con denunce circostanziate sulle irregolarità e i brogli. Fu interrotto continuamente da urla e schiamazzi, mentre l’emiciclo dove sedevano i deputati socialisti era quasi assediato da deputati fascisti in piedi e minacciosi. Nel proseguo del suo discorso parlò sempre più non come segretario di un partito ma come il portavoce del paese che non voleva cedere di fronte alla dittatura imminente. Matteotti avrebbe dovuto fare un secondo discorso il 10 giugno, ma in quella data venne sequestrato e assassinato.
Sul discorso di Matteotti abbiamo una testimonianza audiovisiva di grande suggestione di Giorgio Amendola, figlio del deputato liberale antifascista, Giovanni Amendola.
Ne trascrivo i passaggi più significativi: “Avevo allora 17 anni. Ero uno studente liceale e avevo già una grande passione politica. Ero ficcato nella tribuna delle famiglie durante tutta quella discussione, in una posizione che mio padre non mi vedesse, perché non voleva.
Ho ascoltato di discorso di Matteotti del 30 maggio, discorso pronunciato da Matteotti in mezzo a una continua, tumultuosa ostilità che arrivava a forme aggressive e volgari. A questa violenza esercitata contro Matteotti partecipava direttamente anche Mussolini che interruppe più volte. E Matteotti continuò con coraggio il suo discorso, con calma, accerchiato, quasi protetto dalla pattuglia dell’opposizione.
Ho ricordato più volte l’impressione che ebbi di uno scatto d’insofferenza di Mussolini, che vidi rivolgersi a un suo vicino, non so chi fosse, con un gesto volgare, plateale, come se Matteotti avesse superato non so quale limite. Gesto che voleva dire ‘cosa aspettate, a dargli una lezione’. Forse in quel momento, senza entrare nelle dinamiche del delitto, è partito l’ordine del sequestro, della lezione e, poi, dell’assassinio. Questa impressione mi sempre rimasta”.
TESTO INTEGRALE DELLA SEDUTA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI DEL 30 MAGGIO 2024 CON IL DISCORSO DI GIACOMO MATTEOTTI.
Dagli Atti Parlamentari della Camera dei Deputati.

Presidente.1 Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà2.
Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)
Dario Lupi.3 È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni).
Voci al centro: “Ed anche più!”
Giacomo Matteotti. … cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro)
Maurizio Maraviglia.4 In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!
Giacomo Matteotti. Noi contestiamo….
Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi!
Giacomo Matteotti. Certo sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se… (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)
Voci a destra: “Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!” (Applausi alla destra e al centro).
Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito…
Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani!
Giacomo Matteotti. … se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)
Una voce a destra: “E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”
Roberto Farinacci.5 Potevate fare la rivoluzione!
Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi!
Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)
Voci a destra: “Vi scotta la milizia!”
Giacomo Matteotti. … esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)
Voci: “Basta! Basta!”
Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)
Voci: a destra: “E le guardie rosse?”
Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare… (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)
Roberto Farinacci. Erano i balilla!
Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)
Voce al centro: “Hanno votato i disertori per voi!”
Enrico Gonzales.6 Spirito denaturato e rettificato!
Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)
Voci: a destra: “Perché avete paura! Perché scappate!”
Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede… (Interruzioni, rumori)
Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento.
Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati… (Vivi rumori)
Maurizio Maraviglia. Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Giacomo Matteotti. Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)
Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: “Non è vero, non è vero.”
Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)
Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere!
Emilio Lussu. È la verità, è la verità!…
Giacomo Matteotti. A Melfi… (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)
Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti.
Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati
Voci: “Perché erano falsi.”
Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!
Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
Giacomo Matteotti. Ci sono.
Una voce dal banco delle commissioni: “No, non ci sono, li inventa lei.”
Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Attilio Teruzzi. Che non esistono!
Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)
Voci: a destra: “Lo provi.”
Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce al banco della giunta: “Dove furono impedite?”
Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce: “Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni!” (Rumori)
Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: “Non è vero! non è vero!”
Aldo Finzi.7 Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)
Aldo Finzi. Non è così!
Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)
Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità.
Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)
Una voce: “Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)
Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)
Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.
Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito…
Voci: “Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!”
Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori)
Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola 8, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)
Voci: a destra: “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”
Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine “sovversivo” ha molta elasticità!
Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città…
Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati!
Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci: a destra: “Per paura! Per paura!” (Rumori – Commenti)
Roberto Farinacci. Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)
Voci: a destra: “L’avete studiato bene!”
Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi!
Presidente. Onorevole Pedrazzi!
Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voci: a destra: “Avevano paura!”
Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)
Una voce: “Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato”
Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)
Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti!
Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)
Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi…
Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)
Antonio Casertano.9 Chiedo di parlare.
Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!…
Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!
Presidente. Parli, parli.
Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione… (Rumori. Interruzioni)
Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare!
Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti)
Una voce: “Erano disoccupati!”
Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.
Voci a destra: “E quando li boicottate voi?”
Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto… (Rumori)
Voci: “E Berta? Berta!”
Giacomo Matteotti. … conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra)
Una voce, a destra: “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!
Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Aldo Finzi. Lo provi.
Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori…
Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?
Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)
Voci: “No! No!”
Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)
Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)
Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)
Voci: “Vada in Russia!”
Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno… (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voci a destra: “Accettiamo” (Vivi applausi a destra e al centro)
Giacomo Matteotti. […] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori)








