La parola sinistra non ha un valore allegorico o mitologico, né tantomeno lirico, come ha lasciato intendere con marcato smarrimento Maurizio Maggiani su “L’Espresso” del 20 ottobre scorso.
“… Non riesco più a pronunciare bene la parola sinistra, – egli declama – come se me la stessi dimenticando. So che è perché da un pezzo ormai la sinistra non la vedo, non la sento, non la tocco più. Come dissolta, oppure dispersa nella sua materia sensibile …”
Quella parola, invece, ha un valore reale e razionale.
Basta rileggere, a tempo perso, se si ha voglia, il discorso di Palmiro Togliatti del 1944, quello ormai passato alla storia come la “Svolta di Salerno”. Pronunciato l’undici aprile di quell’anno al cinema Modernissimo di Napoli. Soprattutto la terza e ultima parte, che lasciò “esterrefatti”, come raccontano le cronache, gran parte dei militanti e dei quadri del suo partito presenti in quella sala.
Togliatti disse che il PCI deve impegnarsi, lavorare e concorrere a costruire il bene dell’Italia. Così facendo, realizza anche il bene del partito.
Posizione riconfermata all’indomani dell’attentato, che egli stesso subì il 14 luglio 1948.
Era in compagnia di Nilde Iotti. All’uscita secondaria della Camera del Deputati fu raggiunto da quattro colpi di pistola, di cui tre a segno. Trasferito al policlinico, fu subito operato e, appena poté parlare, diffuse un messaggio pacificatore:
«Calma, mi raccomando, calma, non facciamo sciocchezze».
Siamo ai primordi. Gli anni in cui timidamente inizia a delinearsi, in nuce, con molta fatica, ma con grande lungimiranza, la nascita della sinistra democratica in Italia.
In seguito, a molti ha dato la possibilità di aderire alle posizioni politiche del PCI e di iscriversi a quel partito sotto l’egida rassicurante di Enrico Berlinguer.
Una solida e molto vasta area culturale, che, nel corso degli ultimi anni, minata ed erosa da continue divisioni, è stata oggetto di variegati e graduali tentativi di demolizione.







