ECONOMIA DI MONOPOLI AL TEMPO DEGLI SPAGNOLI.
Nel 1627, durante la dominazione degli Spagnoli, a Monopoli viene eseguito un Apprezzo, una prima rudimentale forma di Catasto, in cui sono individuate le occupazioni lavorative, le categorie sociali, i fuochi e il valore dei beni posseduti in terreni, fabbricati e capitali.
I dati sono riportati nella pubblicazione La città aristocratica. Linguaggi e pratiche della politica a Monopoli tra Cinquecento e Seicento, di Annastella Carrino, 2000.
( Fuochi= famiglie ; Ricchezza in ducati )
Attività Fuochi % Ricchezza % Ducati N. in ducati per fuoco
Agricole 805 40,3 129.486 18,2 161
Marinare 63 3,1 5.970 0,9 95
Artigianali e commerciali 352 17,7 74.572 9,1 183
Militari e impiegati 33 1,6 19.074 2,7 578
Professionisti 34 1,7 65.900 9,3 1.938
Vedove 410 20,5 108.048 15,2 264
Vergini e monache 36 1,8 3.936 0,6 109
Viventi del proprio 69 3,4 96.018 13,5 1.392
Forestieri 67 3,3 19.101 2,6 285
Altri 86 4,4 6.102 0,7 70
Nobili 43 2,2 193.578 27,2 4.502
Le notizie sono tratte da Francesco Antonio Glianes, autore nel 1643 della prima Storia stampata di Monopoli, in cui viene tratteggiato comunque un quadro di splendore urbano, riferendo che la città è
molto bella, civile, ornata di belli e sontuosi edifici, di molte chiese, dentro e fuori le mura,
d’un bello e ricco vescovato, con clero esemplare e numeroso.
Dall’esame dei dati si desume che il lavoro agricolo è il più diffuso, seguito dalle attività artigianali e commerciali. In fondo alla classifica troviamo i marinai che rappresentano solo il 3%.
La ricchezza si concentra nelle mani di pochi: i 43 nobili, i 69 che vivono di rendita alla maniera dei nobili e i 34 professionisti dispongono del 50 per cento dell’intero patrimonio in terreni, fabbricati e capitali.
Il reddito dei più abbienti supera di cinquanta volte quello dei più poveri.
La categoria di lavoratori più numerosa è quella dei foresi, braccianti ingaggiati dalle masserie fuori dal paese, che ammontano a ben 770.
Fra gli artigiani e commercianti spiccano le figure di sartore (sarto), scarparo (calzolaio) maestro d’ascia (falegname), ferraro (fabbro), fabricatore (costruttore), bottegaro (bottegaio), vaticale (conduttore di traino), zuccatore (scavatore di pietra), bastaso (facchino). Il dato che colpisce è l’alto numero di donne vedove, 410, oltre il 20 per cento di tutti i nuclei famigliari, in ragione probabilmente del tributo di vite che i maschi adulti pagano alla fatica del lavoro e alle guerre ricorrenti.
Dei professionisti la categoria più numerosa e con reddito maggiore è quella degli utroque iure doctores (dottori in ambo le leggi), 9 cittadini e 2 forestieri, seguita dai notari (notai), 7 cittadini e 4 forestieri, dai 4 dottori in medicina e dai 4 giudici.
È significativo che i mercanti, che commerciano con i paesi esteri, siano soltanto quattro e per giunta forestieri. Forestieri sono anche l’unico pittore e l’unico musicista ( molti altri musicisti erano forse preti, non censiti, in quanto esenti da imposte).
Tra le famiglie, le più ricche sono quelle degli Indelli e dei Palmieri, in posizione di rivalità nel dominio economico e politico della città, schierati su fronti diversi nelle alterne dominazioni della città, i primi con i conquistatori Spagnoli, i secondi con i Francesi e i Veneziani.
Negli anni successivi all’Apprezzo, l’economia dell’intera regione risente degli inverni particolarmente rigidi, delle carestie e delle pestilenze, che mandano in crisi l’intero sistema produttivo.
Non c’è dubbio che in piena età controriformistica i segni esteriori del potere della Chiesa si moltiplichino.
Grandi possedimenti passano dalle casate patrizie ai numerosi monasteri maschili e femminili, per soddisfazione delle doti monastiche richieste ai nobili rampolli che prendevano i voti.
I patrimoni ecclesiastici sono all’epoca ancora completamente esenti da ogni imposizione fiscale, come del resto dimostra il Catasto sopra citato, in cui non figurano né gli ecclesiastici né gli enti religiosi, pur depositari di notevoli ricchezze.
Alle famiglie monopolitane più abbienti appartengono in larga parte i preti, poiché è permesso di accedere al sacerdozio soltanto ai detentori di un patrimonio immobiliare di almeno 600 ducati, detto appunto patrimonio sacro.
Questi beni, esenti da imposte, procurano una rendita annua di 25 ducati, considerata indispensabile per garantire un dignitoso tenore di vita.
I genitori e i parenti fanno donazioni ai congiunti chierici per consentire loro di accumulare un patrimonio sufficiente a conseguire gli ordini sacerdotali, ma anche per mettere al riparo dal fisco beni cospicui.







